_____0bnubiland_____

Full of nothing like this place, like the ocean in its grace...

VISIONE 0: Incompiuta

 

 

 

PRELUDIO: IL TEMPO, OVVERO IL COMPLICE
 
“Cosa intendi farne della tua vita?”.
“A dire il vero, ho mal di pancia” rispose T. al suo interlocutore.
 
 
-1-
 
Era un’anonima giornata di novembre, con l’aria madida di pioggia finissima. Cristina camminava velocemente in direzione del supermercato, in evidente stato d’agitazione dovuto al notevole quantitativo di faccende incompiute che ancora l’attendevano. Indossava un tailleur grigio e delle scarpe nere munite di tacchi discretamente alti; una borsetta a tracolla le pendeva dalla spalla; oltre al Chanel n° 5 non indossava altro, esteriormente. Un lieve e maligno venticello diffondeva brividi ai pochi umani rimasti ad intralciargli il cammino, ricordando loro che ormai l’estate era ormai ridotta ad un anacronistico ricordo.
Un’anziana signora passò di fianco alla giovane, porgendole un sorriso educato; quest’ultima contraccambiò, anche se, a dire il vero, non ricordava d’averla mai vista. A causa del suo lavoro, i volti diventavano tutti uguali. Probabilmente quella signora era stata una cliente, un tempo …
‘Buongiorno, signora Boh’ pensò Cristina prima di varcare l’ingresso del supermercato ed estrarre la lista della spesa.
“Ciao Cri, come va?” le chiese una commessa.
“Così-così, e tu?”,
“Bene, grazie…Che tempo del cavolo, eh?”,
“Eh già… Ci si vede, Marta”, “Ciao”.
Marta era di due anni più giovane di lei e aveva frequentato lo stesso corso di autodifesa, l’anno precedente. Non erano proprio amiche, ma si vedevano reciprocamente di buon occhio. Cristina avanzò in direzione del banco dei surgelati e, raggiuntolo, afferrò tre confezioni di bastoncini di pesce e due di petti di pollo. Le pareti a specchio del banco le restituirono un’immagine di se stessa alquanto singolare; la giovane, infatti, stava letteralmente esplodendo dal caldo, sebbene la temperatura dell’ambiente circostante fosse tutt’altro che alta; controllò la lista della spesa, alla ricerca di altri surgelati da acquistare. Proprio nel momento in cui distolse lo sguardo dalla specchiera, una sagoma le si avvicinò rapidamente fermandosi alle sue spalle, senza far alcun rumore.
“Ah, sei tu...” disse Cristina.
 “Che entusiasmo prorompente!” esclamò ridacchiando l’uomo dalla sagoma furtiva.
“Un giorno o l’altro ti prorompo io, vedrai…” ribatté la giovane.
“Se è per questo mi hai già prorotto qualche decina di volte, e confesso che non vedo l’ora che tu lo rifaccia”.
 “Scemo…”.
“Ma come mai sei ancora qui?”.
“Ho fatto tardi a lavoro; e poi non mi seccare, che sono già abbastanza presa”.
“Scusa, scusa. Scherzi a parte, vuoi che ti aiuti?”.
“Non importa…Ci vediamo dopo”.
“Come vuoi…” concluse rassegnato Paolo; fece per andarsene, ma Cristina, afferratolo per il colletto della camicia, gli stampo un sonoro bacio sulle labbra. I due si salutarono sorridenti e le loro strade si divisero per non incontrarsi mai più.
 
 
-2-
 
“La tua ragazza sta per morire” profetizzò il killer di bianco vestito. Paolo osservò l’orologio. “Porca troia che tardi!!!” esclamò. Spense il televisore, rinunciando così al suo telefilm preferito. Afferrò le chiavi della BMW e si diresse verso l’atrio. La giacca blu che soleva indossare pendeva stancamente dall’appendiabiti. Sembrava fosse svenuta mentre stava pregando un qualche dio dimenticato, o che qualcuno o qualcosa l’avesse congelata in un sonno mortale.
Il giovane padrone dell’indumento penitente si vestì del medesimo e aprì-chiuse l’uscio domestico. Scese le scale di gran fretta fino a raggiungere l’ingresso del condominio; lì s’imbatté in Giancarlo, il portiere.
“Hai preso tre gol domenica, eh?” lo canzonò Paolo.
“Sì, ma noi abbiamo vinto e voi no…” rispose il collega di sport.
“Sì, ma noi siamo primi a dieci punti e voi rischiate la retrocessione!”.
Dopo questo simpatico scambio d’innocenti ed infantili malignità, i due si accomiatarono con una pacca sulla spalla.
Una volta salito in macchina, Paolo inserì la testina dell’autoradio e sintonizzò quest’ultima sulla sua frequenza preferita. Il DJ informò i radioascoltatori che l’Hit Parade della settimana era ormai percorsa completamente e che al primo posto c’era una new-entry. Paolo mise in moto il veicolo ed imboccò la rampa che univa il seminterrato al vicolo di raccordo con la strada principale. Il traffico era modesto e perciò non incontrò notevoli difficoltà nell’immettersi nel flusso veicolare. Oltrepassò due semafori verdi, ma al terzo fu costretto a fermarsi. Liam Gallagher cantava con quel suo timbro particolare, mentre Paolo, il quale intonava, o meglio stonava, il ritornello di “Hindu Times”, gli faceva da spalla improvvisata. Sentì in lontananza il triste suono della sirena di un’autoambulanza, o di quella dei pompieri (non riusciva mai a ricordarsi la differenza sonora tra le due); poi tale suono si impose sugli Oasis: l’autoambulanza, infatti, gli sfrecciò innanzi, un attimo prima della comparsa del verde nella calotta semaforica. Il giovane rimase quasi ipnotizzato da quel rapido e deprimente transito, finché l’automobilista che lo susseguiva gli ricordò con un richiamo acustico prolungato che non si trovava in un parcheggio. Paolo risposte ad alta voce con un’imprecazione, quasi volesse farsi sentire dal rompipalle di dietro. Innestò la prima e diede gas con decisione, facendo gridare d’ira i pneumatici. All’incrocio successivo, svoltò a sinistra. Il rompipalle, intanto, era scomparso dallo specchietto retrovisore. Meno male. Anzi, chi se ne frega. Lanciò un’occhiata al display dell’ora e, constatando il suo stato di ritardo cronico, decise di aumentare la velocità di guida, ignaro che quella decisione avrebbe segnato indelebilmente la sua vita terrena e forse anche quella ultraterrena.
Infatti, non molto più avanti, un’agente piuttosto affascinante ma altrettanto inopportuna espose la classica paletta rossa che ti faceva pentire di non essere nato qualche ora prima, o dopo; l’importante era la sincronia degli eventi. Quelli dannosi, tra l’altro, sono sempre stati i più puntuali e beffardi.
“Fornisca patente e libretto, per cortesia”. Era veramente una donna da schianto, ma in quel momento Paolo avrebbe potuto farle sessualmente male, non so se mi spiego. Borbottò qualcosa all’agente, mentre un’altra uniforme gli si avvicinò.
“Faceva gli 80, caro giovanotto. Sono sicuro che lei sa che gli 80 sono superiori di 30 km/h alla velocità consentita dalla legge” incominciò il nuovo arrivato.
‘Questo qui è sicuramente la più grande testa di cazzo che abbia mai visto’ pensò cupo Paolo. “Lo so, agente, ma ero in ritardo e lo sa come sono le donne a proposito” rispose lanciando uno sguardo furtivo alla bambolona.
“Ma lei lo sa che a quella velocità potrebbe aver ammazzato qualcuno? Basta che un bimbo si dimentichi di guardare e la frittata è servita! E lo sa che a 50 all’ora ci vogliono 25 metri per fermarsi?!” ribattè l’antipatico poliziotto.
‘…ed è anche frocio!’ pensò l’imputato, facendo emergere un lieve sorriso ma mantenendosi comunque in silenzio.
“Vediamo se anche questa multina la farà ridere così tanto!”.
‘Mammina, hai visto il mio maglioncino rosa pastellino che devo andare a trovare il mio Carluccio questa serina?’.
L’agente burbero continuò ad ammonire Paolo per altri tre o quattro minuti, solo che a Paolo quei pochi minuti sembravano ere geologiche, anche considerando il fatto che ormai l’orario dell’appuntamento era trascorso da un bel pezzo. Finalmente, l’agente si stancò di raccontargli tutti gli incidenti che aveva visto nella sua strabiliante carriera, concludendo la sua patetica ramanzina con un altrettanto patetico “…e la prossima volta moderi la velocità”. Paolo ringraziò chi di dovere per aver fatto cessare tale tortura e salì nuovamente in macchina. Non potè rinunciare a seguire con lo sguardo le forme pericolose dell’agente con la paletta, né riuscì ad evitare di inveire ripetutamente contro il Corpo di Polizia in generale.
Resistendo alla tentazione di sgommare, Paolo proseguì in direzione della casa di Cristina. Stava già pensando a che scusa inventare, visto che, solo la settimana prima, per giustificare un ritardo, le aveva riferito di essere stato fermato dai Carabinieri. Allora l’aveva bevuta a stento; questa volta non l’avrebbe bevuta, pur trattandosi della verità.
“Nessuno mi può giudicare nemmeno tuuuuuu” canticchiò Paolo, ormai rasserenato-rassegnato.
Un altro semaforo e poi sarebbe giunto a destinazione. Così fu, infatti. Il condominio lo osservava con i suoi molti occhi e la sua bocca citofonata era pronta ad accoglierlo. Parcheggiò in uno dei molti spazi liberi e scese dalla vettura. Azionò la chiusura della stessa tramite l’apposito telecomando, incorporato nella chiave d’accensione. Paolo, arrivato alla bocca-porta ed individuato il campanello dell’appartamento della sua fidanzata, azionò il medesimo.
Si sentì la solita piacevole melodia (Cristina odiava il gracchiare dei campanelli “standard”).
Il giovane attese il ripetuto ronzio dell’apertura elettrica. Quasi credette di sentirlo. Immaginò di udire i passi di Cristina. Forse, da un momento all’altro, Cristina avrebbe chiesto chi fosse, magari per un guasto alla telecamera a circuito chiuso che rendeva solitamente inutile tale operazione.
Solo silenzio. Suonò ancora una volta. Attese nuovamente la serie abituale degli eventi. Non era certo una persona che pensava sempre al peggio, lui.
‘Sarà ancora sotto la doccia, magari non ero l’unico in ritardo. No, non è da lei. Cazzo, sarà infuriata e non vuole aprire!’. Al che, consultò l’orologio. Mezz’ora. Non era un ritardo da poco, ma nemmeno tale da fare una scenata…
Premette il campanello nuovamente, ottenendo sempre gli stessi esiti.
Decise di scendere in garage per controllare la presenza della Polo a lui tanto familiare. Percorse la rampa di discesa frettolosamente e raggiunse il vasto sotterraneo. Nessuna Polo rossa. Per un attimo pensò che fosse andata a cercarlo, quando intravide ciò che cercava attraverso le feritoie del box auto. Non era andata via, o perlomeno non in macchina. Cominciò a preoccuparsi.
Paolo estrasse il cellulare dalla tasca e chiamò Cristina al numero di casa. Ovviamente lì sotto non c’era segnale; imprecò e corse all’esterno. Ritentò. Il telefono squillò; lo si sentì anche dall’esterno. Però nessuna voce, solo i lunghi “Tuuuuu-Tuuuuu”. Provò allora a chiamarla sul cellulare. ‘Forse è uscita a piedi o in bicicletta o con un phon a vapore o con un vibratore infilato nel culo ma perché cazzo non risponde dove stracazzo è andata porco mondo infame!!!’.
Ripose il telefonino nella tasca e si diresse ancora presso il citofono. Fece pressione sull’interruttore dall’epiteto “Fam. Radetti”.
“Ciao, Paolo!” rispose il piccolo Thomas. La telecamera a circuito chiuso funzionava.
“Ciao Thomas, perfavore mi puoi aprire?” rispose Paolo.
“Perché la Cristina non ti apre ?”.
“Non lo so. Apri, per favore…” rispose in tono seccato.
“Ok”.
Questa volta il ronzio si sentì e la serratura si sbloccò, permettendogli di varcare la soglia della porta-bocca. Paolo percorse i denti in gran fretta, senza attendere l’ascensore. Non si fidava più molto dell’impianto elettrico dello stabile, come per una sorta di superstizione moderna. Giunse. Bussò, ma dall’unica porta che si aprì spuntò Thomas.
“Non apre?”, “No”. Bussò con molta più energia, invocando il nome della giovane. Le spiegò il motivo del ritardo, la pregò, tacque. Pensò e smise.
Decise di non attendere oltre e cominciò a sfondare la porta. O perlomeno tentò, in quanto essa era molto robusta ed opponeva notevole resistenza.
Chiese a Thomas se avevano un’ascia o qualcosa di simile. Fecero irruzione nell’appartamento.
 
 
-3-
 
Paolo continuò a chiamare Cristina senza ottenere risposta. Nel soggiorno, nulla era fuori posto: i cuscini giacevano sul divano, la coperta sulla poltrona, i soprammobili sopra i mobili, la tv dove era sempre stata. Andò in cucina; osservò il lavabo: niente di strano, pulito come al solito. Le sedie aspettavano qualcuno da servire, il microonde qualcosa da cuocere; le posate erano dove si pensava dovessero essere, come anche tutto il resto dell’ambiente. L’ordine regnava sovrano, tranne per un particolare: c’era ancora la borsa con la spesa sul tavolo. Ciò turbò ulteriormente Paolo, in quanto erano passate delle ore da quando si erano incontrati al supermercato e le compere non erano ancora state stipate negli scaffali. Non era certo da lei. Mancavano da perlustrare il bagno e la camera da letto, ma ad un tratto un urlo terrificante trafisse l’aria: era Thomas.
Paolo si precipitò in direzione del grido, ovvero verso la camera da letto; raggiunse la stanza e si spaventò alla vista del piccolo svenuto per terra. Paolo non aveva notato, altrimenti avrebbe capito la causa del mancamento. I suoi occhi avevano già visto, ma il suo cervello aveva di certo interpretato quelle immagini come erronee e le aveva di conseguenza scartate immediatamente. Si chinò sul ragazzino per risvegliarlo.
“Cosa c’è?! Ti senti male? Svegliati! Ma cosa…”. Alzò lo sguardo e constatò. Rise, vomitò ed impazzì.
Sul letto giaceva il cadavere di Cristina, e l’orrore che quell’immagine scaturiva era insopportabile. Era completamente nuda, con polsi e caviglie stretti a corde ancorate agli angoli dell’antico giaciglio. Le piante dei piedi erano gremite di aghi da cucire, conficcati fino a metà della loro lunghezza; e le gambe erano state martoriate con delle forbici ancora infisse in una coscia, o meglio, in ciò che ne restava; e accanto al letto vi era una sedia di legno privata di una delle quattro spesse gambe: tale parte mancante era stata usata per ferire la ragazza nella sua parte più delicata, e questo strumento di violenza le era ancora inculcato nel ventre, in un oceano di sangue. Il pezzo di legno era stato usato dall’estremità superiore, quella dentata dalla frattura della sedia. E i seni di Cristina erano stati percossi violentemente ed erano ora neri di ematomi; i capezzoli erano stati strappati via a morsi ed al loro posto ancora aghi da cucire. E sotto il mento, una corda stretta abbastanza da non far gridare, ma non tanto da soffocare. E gli occhi, privi di anima, languidi, anch’essi uccisi. Due aghi trafitti a testimonianza della loro morte, adulteri pinnacoli senza stendardi. Ed il cadavere di Cristina sorrideva.
Al suolo, solo sangue disperso giaceva. Non un’impronta del Malvagio, non un segno. Invisibile, come la Morte; senza nome, come la Disperazione. Unico suo residuo, un Vento gelido d’oltretomba, violaceo di tristezza, stanco, insensatamente perverso: solo esso lì regnava.
E nulla più.
VITE
 
 
-1-
 
Cristiano, quella mattina, si svegliò di ottimo umore: aveva fatto uno di quei sogni che è un vero peccato dimenticare, quelli con una o più donne nude letteralmente possedute dal desiderio di strusciartisi contro. Quelli in cui l’attrito diventa fonte di piacere, quelli irrealizzabili, insomma. In verità, Cristiano non era per niente sicuro di voler avere un’esperienza simile; era già abbastanza indaffarato con una ragazza, figuriamoci due o tre... Si vestì con calma e si diresse in bagno per la toilette quotidiana; poi scese in cucina e si preparò la solita colazione: cereali in abbondanza annaffiati di latte appena uscito dal frigo. L’ideale per la mattina di un probabile giorno di fuoco, con i suoi trentotto gradi all’ombra al trecentottanta percento di umidità.
“Cristiano, dovresti farmi un favore...”
“Buongiorno mamma! Come stai?” rispose il giovane.
“Siccome papà non può e io nemmeno, devi andare all’INPS per ritirare il bollettino di ricevuta di malattia del babbo e poi portare il certificato medico alla segreteria giù alla fabbrica”. Marianna, la mamma che impenna (come solevano chiamarla i suoi marmocchi per il suo carattere sbrigativo) aveva le braccia occupate dall’enorme bacinella tracotante di indumenti da stendere.
“Come sarebbe a dire devo andare?! Perché non puoi venire anche tu?! Io non so nemmeno come si faccia a fare il tagliando o come cavolo si chiama!” ribatté il marmocchio.
“Sei grande abbastanza per arrangiarti”.
“Ma se non è neanche per me il tagliando!”.
“Dov’è che dovresti andare martedì prossimo?”
“Sbaglio, o questo si chiama ricatto...OK, cacchio! Ma dov’è che è l’INPS?” chiese lo sconfitto.
“Allora, hai presente il cavalcavia quello verso nord? Dopo, giri a sinistra per andare al Campo Sportivo e prima della pizzeria Comecavolosichiama giri a destra e vai dritto fino a sbattere contro il palazzo rosa dell’INPS. Metti il certificato dentro la macchinetta, questo qui con scritto ‘Per l’INPS’ e ritiri la ricevuta. Se la macchinetta non funziona, chiedi ad un impiegato che te la fa lui. Stai attento ad inserire il certificato nel verso giusto, altrimenti ti capita come a me e ti tocca farti la tua bella figura da cretino a chiedere perché non esce un tubo”.
“Sei molto incoraggiante, mamma. Finisco i cereali e vado” concluse il diciannovenne. In fondo, non doveva essere poi così difficile; e poi, girare in macchina era sempre piacevole. Tutto esercizio.
 
 
-2-
 
Raggiunto il garage, si infilò le scarpe, prese le chiavi e salì in auto. Di aprire il portone non c’era bisogno: non lo chiudevano mai quando erano a casa. In un piccolo paese come quello e specialmente ‘in periferia’, la paura di intrusi giornalieri era alquanto remota e il cancello di casa era più che sufficiente. Tutt’altra storia, ovviamente, era per la notte. Niente di meglio per i ladri che una via fuori centro con quelle invitanti villette semi-isolate.
Ma ora era giorno e il sole era alto nel cielo e stava compiendo il suo lavoro, ovvero riscaldare i pianeti influenzati dal suo campo gravitazionale. Chissà su Plutone, ma in quello spicchio di Terra erano in molti a chiedersi se il loro Astro Preferito fosse nel pieno di una crisi stacanovista. Di sicuro le lucertole che se ne stavano beatamente ad abbronzarsi sul muretto di Cristiano non avevano molti problemi di scottature o di mancamenti vari. O forse erano solo sceme.
Cristiano azionò il telecomando del cancello e si avviò verso la vicina cittadina. Percorse sette chilometri circa e, arrivato nei pressi della fabbrica di suo padre, svoltò in direzione dell’ampio parcheggiò riservato ai clienti.
“Ciao Tiziana, come va?” incominciò Cristiano alla vista della segretaria alla reception.
“Fa un caldo schifoso, grazie. A proposito, come sta tuo papà? Senza di lui, qui è un casino. Non si riesce a trovare una mazza di niente sulla sua scrivania! Ma cosa gli dice tua mamma?! È così anche a casa?” lo mitragliò la segretaria.
“Lo sai com’è fatto, lui. Comunque, sono qui per darti il certificato…” ribatté l’altro.
“OK. Saluta a casa”. “Va bene, ciao”.
Superato il cavalcavia ed imboccato il vicolo dopo la pizzeria Comecavolosichiama, arrivò finalmente all’edificio rosa che stava cercando. Parcheggiò lì nei pressi e si avviò verso la sua meta. Si aggirò per qualche metro alla ricerca della dispensatrice di tagliandi, ma si rese conto che essa non poteva essere all’esterno come aveva in precedenza immaginato. O lui era tonto (e non poteva escluderlo), o sua mamma non si spiegava con la dovuta precisione (e non poteva negarlo nessuno al mondo). Decise di chiedere informazioni alla giovane donna che stava sopraggiungendo in quel mentre. Stringeva due libri: ‘La Pietra delle Nove Streghe’ di Roger J. Green e ‘Funghi dal vero’ di Bruno Cetto. Strano connubio.
‘Scusa, sono un imbranato e tu sei bellissima. Sapresti…’ pensò di chiederle Cristiano; ma ovviamente non lo fece; la conosceva solo di vista e senza dubbio lei non conosceva lui.
“Scusa, dovrei ritirare la ricevuta dell’INPS… mi sapresti dire dov’è che si ritira?” domandò invece.
“Allora…quello è l’INPS e basta che vai dentro quella porta lì: c’è l’apparecchio per le ricevute…” rispose con un sorriso cortese quella che era sicuramente la fidanzata di un ragazzo fortunato.
“Grazie mille!” ‘Sono proprio un imbecille che fa scintille. Che-figura-di-merda. Bastava pensarci un attimo…’ concluse tra sé Cristiano.
Lesse divertito il cartello vicino alla maniglia della porta: ‘Per aprire, ruotare e tirare’; c’erano perfino le frecce che indicavano il verso corretto di rotazione. ‘Per scoreggiare, aprire le chiappe e spingere’ pensò. ‘Vabbè sfiducia nell’utente medio, ma qui si esagera, cacchio!’.
L’apposito apparecchio era proprio dirimpetto all’entrata. Osservò con la sua solita cura paranoide la duplice illustrazione che indicava agli utenti il verso d’inserimento corretto del certificato e fece per inserirlo quando…
“È fuori uso. Vieni qui che ti faccio la ricevuta a mano” intervenne l’impiegata.
“Ah, va bene”. Dopo un breve scartabellare, l’impiegata gli porse la ricevuta.
 “Ecco qui, a posto”.
“Grazie” e uscì, incrociando lo sguardo di una bella signora. ‘Oggi è la mia giornata’ pensò andandosene. Forse tutto quel vedere solo belle donne era indice della famigerata malattia mentale che le sue amiche solevano attribuire a quelli come lui: la Perversione dei Morti di Sesso. L’Usma, in slang popolare. Ma dai, in fondo che c’era di male se ti piacevano le donne! Non è forse un processo naturale? “Sì, ma c’è anche un limite!” ribattevano di solito le sue amiche.
Nell’uscire, incrociò la ragazza gentile di poco prima. Era un segno del Destino, cacchio. Si fece coraggio e partì all’attacco.
“Trovato chiuso?”. Aveva notato che aveva ancora con sé i libri.
“Eh già. E tu?” ribatté.
“No no, stranamente ho fatto presto. Ah, ovviamente l’aggeggio non funzionava…”
“Logico”.
“Ma tu non eri per caso in 5ª C del Garibaldi, l’anno scorso?” chiese Cristiano.
“Sì. Hai buona memoria!” rispose quella della 5ª C del Garibaldi dell’anno prima.
“Eh, io mi ricordo le belle persone! Conosci di sicuro la Alice…”.
“Alice Moretti o Alice Dal Bello?”.
“La Moretti. Sono un amico di suo fratello Renato. Piacere, Cristiano…” le disse porgendole la mano.
“Grazia” rispose lei prima di scambiare i tre baci di rito.
“Ti va se ti offro qualcosa di fresco, che ne so, un the o una limonata…” chiese Cristiano sorridente.
L’allusione fece sorridere Grazia. A lei, sotto sotto, piacevano gli imprudenti.
“Vada per il the…Freddo, logicamente!” rispose infine.
 
 
-3-
 
Grazia tornò a casa verso le quattro e mezza. Non aveva lontanamente voglia di studiare. Lo studio doveva aspettare, certe volte. Decise che in quella giornata avrebbe aspettato e i libri se ne sarebbero stati buoni buoni sullo scaffale di camera sua. D’altronde, un po’ di riposo ci vuole, non era una macchina, lei; non voleva mica fare la fine di quella alla sua facoltà che aveva sclerato ed era all’ospedale con un esaurimento, nossignore. Cioè, studiare per vivere e non vivere per studiare!
Non appena la sua fervida coscienza smise di blaterarle nella testa tutte le raccomandazioni rubate a sua madre (forse perché soffocata dall’improvvisa ed estasiante ondata di fresco che solo il succo tropicale appena uscito dal frigo sapeva provocarle), Grazia si lasciò precipitare sulla soffice superficie del divano nero del soggiorno. Una deliziosa penombra faceva da sfondo visivo e termico al locale e, sebbene non avessero ancora installato il condizionatore, non si stava poi così male. I genitori della giovane erano partiti da due giorni per la Tunisia, la gatta Liza era morta da due mesi (povera bestiola: schiacciata da un maledetto camion) e lei si trovava più sola di un’eremita sulle vette dell’Himalaya. Dopotutto la solitudine era l’aspetto negativo del passare due settimane senza nessuno in casa che ti dicesse fai questo o fai quello, e comunque la libertà assoluta aveva il suo gran fascino. Inoltre, per una ragazza organizzata qual era non rappresentava di certo un problema lo sbrigare da sé tutte le faccende domestiche o il far fronte alle eventuali scocciature che potevano sempre sorgere, quali bollette da pagare, conti del meccanico o dell’idraulico, rotture di elettrodomestici indispensabili quali phon e TV... Per sua fortuna nulla di tutto ciò era ancora avvenuto, ma due settimane erano lunghe. Forse era tutto quel silenzio, tutta quella calma a farla sentire sola. Non vedeva l’ora che fossero state le sei e mezza, così si sarebbe fatta una bella doccia e si sarebbe preparata per uscire con la Chiara. Sarebbero andate in pizzeria e poi dritte in disco fino alle quattro di mattina. Di solito rientravano molto prima, ma siccome la Chiara sarebbe andata a dormire da lei...
Accese la TV, passò un po’ tutti i canali senza trovare qualcosa di decente se non il video di Enrique Iglesias e, attesa la fine del suddetto (dopotutto un figo era un figo), spense nuovamente l’apparecchio. Afferrò il cellulare e vide che c’erano uno squillo e un messaggio. Premette il tasto di selezione e constatò che lo squillo le era stato fatto da Aless Cell, ossia quel grezzo che ci provava da tre settimane. Quanto stupida era stata a dargli il suo numero! Sembrava un tipo speciale quando lo aveva incontrato fuori dalla disco, prima di entrare; carino, bel culo, begli occhi verdi, spalle larghe, ben vestito... Solo che qualche ora dopo era completamente sbronzo (e forse fatto) e le infilava le mani dove poteva. Lei se lo discostò, prese la Chiara (la quale la maledisse per averla trascinata via dal ragazzo con cui stava socializzando) e partì con la Golf verso casa, alzando tanta di quella ghiaia dal parcheggio che riempì di strisci almeno una mezza dozzina di macchine, forse anche tre quarti. Non avrebbe messo più piede lì nemmeno se ci fosse stato Lenny Kravitz. Per fortuna non frequentavano molto quel locale, e a dire il vero, le aveva fatto sempre un po’ schifo. E quell’altro stronzo continuava a farle squilli e a chiederle scusa che-era-ubriaco-e-non-sapeva-cosa-faceva.
Poi lesse il seguente messaggio:
“5 Luglio 15:43
 Scusa Gra ma
 nn posso più v
 enire via. Ho
 mal d pancia e
 mi viene da vo
 mitare. Ciao e
 SCUSA!”.
Se le avesse avute, le sarebbero cadute le palle. Non poteva cacciarle un pacco così, no. Eppure...
“Maporcatroia!” inveì Grazia. Non verso l’amica, ovvio; verso l’Universo, quella gran puttana che era l’Universo. Sei depressa come il buco del culo di un mulo e cosa ti vengono a dire? Che te ne stai a casa sola soletta fino al giorno dopo.
“Fanculo, io chiamo...”. Già, chi? La Maria era in Calabria da suoi nonni, la Veronica a Caorle, la Alice M. in Valle d’Aosta a visitare il Gran Paradiso, i ragazzi erano tutti a Jesolo nell’ appartamento di Nicola a fumarsi cannoni e la Federica a farsi trombare da Alex chissà dove. Un cavolo di nessuno era a casa, solo una sfigata di nome Grazia. Immersa in questi pensieri, s’addormentò.
 
 
-4-
 
E’ ad una festa. Non sa di chi sia, solo che riconosce le sue amiche.
La Alice sta abbracciando un cerbiatto che trema dalla testa ai piedi: ha le zampe legate con del filo spinato ma non emette versi, è impazzito e, oltre a tentare di guardare in tutte le direzioni possibili con quegli occhi così arrossati e lucidi, non fa altro; la Alice sussurra a chi le passa vicino: “Povera bestiola! Povera bestiola! Il camion l’ ha presa sotto! Ma io l’ ho salvata!”. Quelli attorno a lei sorridono e allo stesso tempo piangono.
Poi c’è la Maria che sta chiacchierando con i suoi nonni; si accorgono di lei e le dicono all’unisono che non c’è spazio, non c’è destinazione, ma che in fondo Grazia è un bel nome. Lei ride alla battuta, solo che non era una battuta e la Maria e i suoi cari nonnini si offendono e cambiano improvvisamente viso: sono ora neri di rabbia e smettono di guardarla, tornando alla conversazione di prima, ma sempre con le sopracciglia contratte a coprire quasi gli occhi e la bocca rivolta all’ingiù quasi a soverchiare il mento.
Prosegue lungo il suo tragitto (ma qual è la sua destinazione? Non c’è, urlano i nonni della Maria senza mai distogliere lo sguardo l’un l’altra); incontra Alex che sta scopandosi la Federica sul divano nero e vorrebbe chiedere loro se non si vergognano almeno un po’, ma si accorge di essere nuda e corre a cercare qualcosa da mettersi addosso. Strappa una tenda e la usa per coprirsi, solo che la tenda non è una tenda ma è bensì una cartina da sigarette: in quel mentre passa Enrico e gliela sottrae violentemente di dosso dicendole che lei non è la Maria e non va bene con la cartina degli spinelli.
Allora entra in bagno di casa sua (era casa sua?) e indossa l’accappatoio. Pensa che sia meglio offrire qualcosa agli ospiti che ha in soggiorno e in cucina e sul divano nero; quindi si reca in cucina e apre il frigo: c’è solo sangue di cerbiatto e chiede agli ospiti se qualcuno ne vuole; arriva di corsa la Alice con il cerbiatto e per la fretta inciampa e cade a terra; il cerbiatto non ha più le zampe legate con il filo spinato perché non ha proprio più le zampe; le salta addosso e le chiede con una voce stridula e tremolante: “Hai per caso del sangue di cerbiatto? Perché se non ne hai te ne do un po’ io... e se vuoi sangue di Alice, basta chiedere!” e detto ciò il cerbiatto esplode; non c’è sangue, però: solo un liquido verde che sembra succo di kiwi ma odora di benzina; naturalmente odora di benzina perché È benzina e allora Grazia si mette a piangere perché quello stronzo di Nicola ha appena acceso una sigaretta anche se gli era stato proibito e il fiammifero sta per toccare terra proprio dove c’è la benzina e tutti ridono e dicono che sarà proprio un bel botto e cosa dice la Grazia ai suoi quando tornano ma nessuno ci pensa e il fiammifero ormai è giunto (lui sì) a destinazione e le vibrano le mani vibra tutto vibra tutto e...
 
 
-5-
 
Il cellulare smise di vibrarle in grembo proprio nell’istante in cui si svegliò.
“Porca troia che sogno della malora!” disse Grazia ai muri del soggiorno di casa sua.
Inizialmente fece fatica a mettere a fuoco gli oggetti che la circondavano, ma non appena il sonno cedette il passo alla veglia, il mondo assunse le colorazioni consuete. Guardò il display e vide sia che erano le sei e mezza sia che aveva ricevuto un’SMS. Chi poteva essere? Non ne aveva idea, perciò pigiò il tasto OK e lesse:
“5 Luglio 18:13
 Ciao sono Cris
 tiano. T va d m
 angiare 1 pizza
 con me? Se vuo
 i porta kualkun
 o con te e così
 faccio ankio. R
 isp Ciao! ;-)”.
Cristiano…Cristiano…? Ah! Cristiano! Ma guarda te: avevano parlato sì e no mezz’ora e già le chiedeva di uscire. Il ragazzo aveva fegato.
Andò in cucina con l’intenzione di aprire il frigo per bere qualcosa di fresco, magari una birra. Notò con piacere che di sangue di cerbiatto non ce n’era e afferrò la bottiglia aperta di birra di seconda o forse terza scelta che sua madre soleva comprare all’ipermercato. Sebbene fossero una famiglia agiata, sua madre si ostinava ad evitare di comprare vivande di marca, forse in onore dei vecchi tempi, ossia quando non era ancora sposata con il Dottor Martinelli Eugenio, padre di Martinelli Grazia e marito della stessa Di Lucia Agnese.
Ripensò al messaggio di Cristiano: mai e poi mai avrebbe accettato l’invito se avesse avuto altre alternative: era appunto in un vicolo cieco, o il fanciullo o la noia. Tentò di convincersi che era meglio il fanciullo e ci riuscì. Lo conosceva solo di vista, ma abbastanza da sapere che non era uno sfigato. Almeno quello... Decise di rispondergli che per lei andava bene se si trovavano da Gino (chi non conosce Gino?) e che sarebbe venuta sola xchè nn aveva nessuno da portare. Sperò con tutto il cuore che il ragazzo non si montasse troppo la testa e che soprattutto non si facesse strane idee. Aveva intenzione di metterlo in quel posto all’inevitabile tedio e null’altro. E poi, sotto sotto, a lei piacevano gli imprudenti.
Così gli scrisse:
OK Ma nn port
are nessuno xk
e sono da sola
C vediamo alle
 8 da Gino Nap
oletano
Si diresse verso il bagno e vi entrò. La finestra era aperta a mostrarle il giardino curato di casa sua, con le grandi magnolie a stendere la propria ombra sul prato, le rose a cingere il bel sentiero che portava al cancelletto riservato all’ingresso delle persone a piedi e la folta siepe a precludere sguardi estranei ed indesiderati, alta e rigogliosa abbastanza da permetterle, sfruttando l’assenza dei familiari, di prendere il sole in topless (LOGICAMENTE con un accappatoio a portata di mano per qualsiasi evenienza). In quel mentre, un’auto transitò lungo la poco frequentata via in cui la casa era situata. Era un’Alfa Romeo 147 nera, con assetto sportivo. Il conducente parve fissare Grazia per tutto l’arco di tempo che gli era possibile. O forse sta semplicemente guardando il cielo dietro la casa: forse ha la vista a raggi X ed ha appena avvistato un UFO mentre fa il consueto giro di ricognizione sul Pianeta Terra, con tappa obbligata a Roswell, naturalmente.
Decise che era opportuno chiudere la finestra con i vetri anti-guardone (o anti- voujerista, come soleva chiamarle la sua zia poliglotta e francesista). Chiuse anche la porta a chiave, più per abitudine che per necessità. Si tolse la maglietta leggera indossata in giornata e, constatato l’odore vagamente sgradevole che l’indumento effondeva alle sue narici, la ripose nel cestino semi-vuoto della biancheria da lavare. Si levò le pantofole che portava sempre, anche in estate, anche con le recriminazioni di sua madre: ci era affezionata e basta. Proseguì il rituale della spogliazione con il pantaloncini corti e approfittò di tale manovra per accarezzarsi gli arti inferiori, considerando l’eventualità di una depilazione. L’ultima risaliva a una settimana e forse più, eppure non sembrava esserci alcun nemico da abbattere sulle belle ed abbronzate gambe della giovane. Si slacciò il reggipetto, scoprendo un piccolo ma sodo seno, di carnagione leggermente più chiara del resto del corpo. Finì col togliersi le mutandine e con l’entrare in doccia. Afferrò l’erogatore staccandolo dal supporto ed azionò il getto d’acqua in direzione delle piastrelle azzurro chiaro. ODIAVA infatti l’acqua gelida che immancabilmente scaturiva in principio: la sua doccia non doveva essere né troppo calda né troppo fredda, a prescindere dalla temperatura dell’Universo circostante. La mezz’ora che soleva passare sotto la doccia doveva essere così e basta, proprio come le pantofole.
Puntuale come un creditore di lunga data, Grazia uscì dalla doccia trenta minuti dopo. Ne mancavano pochi alle sette e, considerando la sua innata lentezza e cura nel farsi bella, Grazia decise di accelerare un po’ i tempi. Appena stretto al polso l’orologio dimenticato sul mobiletto per una giornata intera, si mise l’accappatoio rosa e le SUE pantofole per andare in camera sua a scegliere un qualcosa di decente da indossare per la serata. Optò per una maglietta aderente (magliettinina, avrebbe sarcasticamente obiettato la Agnese) che permetteva all’ombelico di scrutare le pance delle persone che incrociava; inoltre scelse una lunga gonna in jeans e la borsetta che soleva portare con sé ovunque (praticamente non la scelse, era un must); infine il suo profumo preferito, dopo il trucco.
Concluso il Sacro Rituale della Vestizione e Colorazione, Grazia scese in garage, dove c’era la sua amata Golf ad aspettarla. Di usare la Mercedes non se lo sognava neppure: se combinava qualcosa c’era da credere che suo padre l’avrebbe ammazzata, bruciata e avesse poi disperso le ceneri in mare aperto, dove era impossibile rovinare auto da 40.000 euro. Non che ucciderla avrebbe potuto riportare in vita la Mercedes, ma nemmeno perdonarla l’avrebbe fatto. Un diamante è per sempre. Dopo questa breve digressione paternalistica, la mente della giovane si concentrò sulla guida: stava ormai imboccando la strada vera e propria, mentre il cancello, ricevuto l’impulso della fine del countdown di chiusura, stava per sigillare l’ingresso del vialetto dell’abitazione.
Lungo la via secondaria che Grazia stava percorrendo non passavano molte macchine, almeno di solito; ma con i grossi eventi di carattere religioso come battesimi e matrimoni si poteva assistere alla classica colonna di automobili che si susseguivano strombazzando o con i clacson o con qualche tromba da stadio (e a volte con entrambi) ed azionando gli abbaglianti ad intermittenza, costringendo così quasi sempre i veicoli che venivano in senso contrario ad accostare a destra per far passare la processione motorizzata. Chi vive in città o che comunque si trova a dover affrontare la giungla urbana non è solito cedere il passo, e Grazia, ormai abituata al caos cittadino in cui solo il più prepotente sopravvive, rimase alquanto seccata quando fu invece costretta a ‘rendersi umile’ di fronte ad uno dei suddetti cortei. Aveva sentito di un matrimonio imminente, ma non si ricordava proprio di chi fosse; era però sicura che nessuno degli abitanti della via stesse per compiere il grande passo, quindi suppose che si trattasse di forestieri che approfittavano del vantaggio di evitare il centro passando per di lì.
Che cretina che sono! Un matrimonio alle sette e mezzo di sera…Questa me la segno, pensò divertita Grazia. Cresima. O forse è proprio un matrimonio e stanno andando tutti alla casa degli sposi. Ma sì, per forza. Comunque, qualunque cosa si festeggiasse, l’ultima vettura transitò in quel momento, dando via libera alla Golf.
Dieci minuti dopo, si trovava nel piazzale di ghiaia di fronte alla pizzeria di Gino. Il piazzale era già gremito di veicoli: qualche Punto, tre Opel Corsa e una Tigra, due Marea, un’Espace modello nuovo, una fiammante Z3, una Laguna, un paio di Ibiza e per finire una Volvo Station Wagon. Parcheggiò proprio accanto a quest’ultima.
 
 
-6-
 
In quel mentre, Cristiano viaggiava spedito in direzione della pizzeria. Aveva deciso di arrivare un po’ prima del dovuto per prendere cavallerescamente il posto (anche se aveva prenotato); voleva fare bella figura e comunque far aspettare una ragazza non è mai opportuno. Molti dei suoi amici non la pensavano così: Marco e Francesco, ad esempio, se non tardavano di almeno mezz’ora significava che era il giorno in cui si passava dall’ora legale a quella solare. Più di qualche volta erano rimasti appiedati per questa loro caratteristica: o perdevano il treno, o la compagnia stanca di aspettare o, nei casi peggiori, la ragazza con cui avrebbero dovuto uscire.
Parli del diavolo e spuntano le corna…pensò il ragazzo salutando Francesco fermo ad aspettare chissà chi. Superò il centro del paese e proseguì in direzione della sua meta, facendo attenzione alle biciclette che di tanto in tanto ostacolavano il suo cammino e alle innumerevoli asperità dell’asfalto che da sempre affliggevano le sospensioni delle automobili transitanti quel particolare tratto stradale. I residenti avevano ripetutamente fatto presente al Comune di tale situazione, ma l’unico provvedimento che di solito prendevano era quello di gettare catrame dove assolutamente necessario, e, considerata la scarsa cura che gli addetti ai lavori impiegavano, si finiva addirittura col peggiorare la situazione: dove non c’erano le buche si ergevano i piccoli nonché fastidiosissimi dossi. Oltrepassata quella zona da rally, l’Opel Corsa subissata in quel mentre dalla musica tecno

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VISIONE 1: Il fantasma giace sotto le lacrime
 
 
Mi faceva male un ginocchio, quello sinistro, quello giusto.
RIDI IMMORALE!
Mi voltai, la rimirai, distesa sul materasso, i capelli a coprirle gli occhi sbarrati, il leggero vestito ad avvolgerle il corpo come un drappo protegge l'opera d'arte del collezionista.
Piansi in silenzio.
Si volto verso di me ed una sferzata di dolore insopportabile mi attanagliò: non sempre la bellezza è strumento allietante.
I lineamenti armoniosi, la tristezza nei suoi occhi, i lunghi capelli inermi cosparsi sul giaciglio, la posa innaturale delle fresche gambe, i pugni chiusi velati di sangue assorti o sopiti sul seno.
Mi avvicinai a lei, sempre piangendo.
La cinsi a me, nessuna reazione.
Mi guardava ma non mi vedeva.
Poi mi afferrò un polso.
Io ero in lei e lei era in me.
Presi il coltello. A lungo lo rimirai, poichè a lungo lo avrei ricordato. Volevo ricordarlo molto bene.
Presi il coltello e dopo averlo inciso della mia memoria, cominciai la mia opera immonda.
Con dolce e ferma risolutezza incisi la sua splendida pelle, cominciando dal polso, lungitudinalmente rispetto al braccio, fino al gomito.
Ripetei l' operazione per l'altro braccio.
Le mie lacrime si mescolarono al suo sangue che copioso inzuppava le lenzuola disordinate.
Le strinsi le mani e lei strinse le mie.
Per un attimo, un singolo ed infinitesimale istante, la lucidità s'impadronì dei suoi occhi e in quel infinito istante noi non eravamo noi, bensì una sola persona.
Poi tutto finì.
Chiusi gli occhi.
Momento di transizione.
Li riaprii.
E morii quasi dallo spavento.
La vidi.
Il suo braccio mi stringeva al suo seno. Il suo braccio privo di sangue.
Io le stavo stringendo il polso, e non era il suo polso ad essere imbrattato, bensì il mio.
Mi osservai le braccia e capii:
IO ERO LEI E LEI ERA ME.
Mi baciò e per un attimo, un singolo ed infinitesimale istante, i miei occhi vitrei tornarono a capire.
Poi spirai.

CITAZIONE: <<Love is suicide>> S.P.

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VISIONE 2 : WASTELAND

 

Brulicavano i vermi sotto le suole delle mie logore scarpe, vermi sazi di carne marcia ed ebbri dell'odore acre e malato dell'erba secca, intrisa di fumo. Una cornacchia si sollazzava nel cielo, imprecando le sue stridulità incomprensibili, forse gioiosa per tanto ben di Dio: così tante pupille, così tante viscere, che banchetto prelibato!
Una gru arrugginita e dimenticata e priva di funzione stazionava sghemba in attesa di qualche avvenimento. Di qualsiasi avvenimento. Disperatamente priva di alcun significato.
Il sole amico degli uomini riconosceva la mia disumanità e pertanto, con le sue irradiazioni, surriscaldava la mia pelle già provata dai molti sforzi, facendomi sudare quelle poche goccie che ancora componevano la mia epidermide. Il sale sulla mia fronte mi colava tra le ciglia: vista distorta, bruciore. Le ciocche scomposte che un tempo popolavano la mia capigliatura restavano appiccicate alla mia schiena, ma, noncurante, non le discostavo. Ormai la stanchezza era solo un ricordo, un ricordo di quando ero un essere umano. Pertanto un ricordo doloroso, ed accantonabile, e quindi accantonato all'istante.
Le salme si estendevano fin dove il sudore mi concedeva di prender atto, la nausea del fetore immondo ormai mi causava al massimo solo qualche sporadico conato, ormai le sostanze nutritizie si erano dissipate, ero in riserva energetica, traevo nutrimento dalle mie stesse carni.
Ogni tanto incrociavo un soldato non ancora morto. Lo stupore mi colse in uno di quegli incontri nefasti. Costui mi chiamò in una lingua a me aliena, quella del nemico. Chi sia il nemico, tra l'altro, devo ancora capirlo.
Mi voltai instintivamente con l'arma spianata, la mia vecchia Ruger del 2008, obsoleta (quanto la mia vita) ma pur sempre funzionale (quanto la mia morte). Riabbassai lentamente l'arma. Era una donna, dall'età indefinita, di vent'anni forse, ma più probabilmente di centovent'anni. Mi chiamò di nuovo. Mi avvicinai. Non fu la sua gamba gettata a tre metri da lei a farmi ribrezzo, nè la follia pura incastonata nei suoi occhi come il diamante più prezioso del mondo e nemmeno lo squarcio assurdo nel suo ventre. Fu il bimbo. Fu il feto. Fu suo figlio. Era suo figlio che lei stava mangiando.
Mi sparò e probabilmente mi mangiò, ma questo non ve lo so dire con esattezza, poichè nella guerra una sola certezza è indiscutibile: la fine della guerra non è la pace, bensì la morte.

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VISIONE 3: LA CADUTA DI UN UOMO
 
 
1.75 METRI DAL SUOLO
I bicchieri tintinnavano di cubetti di ghiaccio, il brandy comprato per l’occasione ancora sigillato stazionava al centro del vassoio bagnato argento, le ciliegine dal rosso impossibile aspettavano solo di essere degustate (ciliegine col brandy?). Teneva in mano il vassoio con entrambe le mani, camminando non troppo celermente, cauto comunque nel procedere (che figura di merda rovesciare tutto sul più bello, ed in quei casi, tutto è bello). La cucina in stile moderno era stata arredata da un vero artista nel suo campo; ma ovviamente la soggettività dei gusti è quasi retorica. Il salotto, come da must, era stato arredato dal medesimo professionista: il tappeto dai caldi colori, il divano in pelle bordeaux, il tavolino ricavato da un frantoio egiziano, il caminetto, la lampada a stelo dalle agili sembianze. Lei, la ragazza, era ancora più bella in quello scenario.
Fu infatti su di lei che gli occhi dell’uomo in caduta si posarono, ignorando così l’insignificante risvolto del tappeto. Inciampò.
1.00 METRI DAL SUOLO
L’uomo in caduta cominciava a rendersi conto dell’accaduto: era, in quel preciso istante, proprio in quel preciso istante, nella situazione che più temeva. Stava facendo una figura di merda davanti a lei. Con tutta la fatica che aveva fatto, con tutto il tempo che aveva perso per preparare a puntino la serata, facendo una stima accurata dei tempi, scegliendo le canzoni adeguate da mettere allo stereo, preoccupandosi addirittura di effettuare una ricerca in internet per farsi consigliare la sequenza di canzoni più adatta per andare a segno a colpo sicuro. Si era fatto una lampada. Aveva portato il vestito in tintoria. Aveva comprato un nuovo paio di scarpe. Era andato dal barbiere, quell’effemminato mangiarane del cazzo che andava tanto tra tutti quelli che contano. Tutto ciò praticamente sprecato.
0.75 METRI DAL SUOLO
Ma forse si stava preoccupando per niente: magari sarebbe riuscito a tenere in equilibrio il vassoio. In fondo, l’importante era impedire alla bottiglia di infrangersi sul caminetto. In fondo, i bicchieri erano spessi e resistenti, non erano di cristallo come sembravano. In fondo, chi se ne fotte delle ciliegine.
0.50 METRI DAL SUOLO
Ma sì! Era sicuro: avrebbe afferrato la bottiglia al volo. Anzi, quasi quasi quello era un imprevisto che avrebbe allentato un po’ la tensione generale…poteva addirittura giocare a suo favore. Alle donne non piacciono gli uomini troppo sicuri, ma quelli che se la sanno cavare in ogni evenienza, che ne vengono fuori puliti in ogni caso. Cazzo, sì, era lui, era lui!
0.25 METRI DAL SUOLO
La sua mano era scattata! Nella sua mente, solo nella sua mente, la bottiglia era stretta nel suo pugno. Nella sua mente ne sentiva la liscia superficie a contatto con i polpastrelli, sentiva l’aderenza formatasi dalla sua micidiale presa con il pezzo di vetro. Nella sua mente stava quasi già pensando alla battuta che avrebbe sfoggiato alla bella ragazza per sdrammatizzare / sdrammatizzarsi. Nella sua mente induceva il suo atletico corpo a compiere il movimento rotatorio che gli avrebbe permesso di atterrare senza problemi sulla spalla sinistra, poiché la ragazza si trovava alla sua destra. Tutto ciò nella sua mente.
0.15 METRI DAL SUOLO
In effetti in quelle misere frazioni di secondo la sua mente aveva realizzato la maggior parte delle azioni istintive necessarie al fine di ottenere i risultati sperati. No, non sperati, lui non sperava, lui voleva. La parte istintiva della sua mente aveva agito quasi alla perfezione, come al solito. Tutto ciò lui riuscì a percepirlo, anche solo a livello minimo di coscienza, ma riuscì a percepirlo e stava già cominciando a compiacersene.
0.05 METRI DAL SUOLO
Fu con la coda dell’occhio che la sua mente fu allarmata dalla variabile imprevista. E, come prima, la sua mente registrò con impressionante perizia la situazione che si stava venendo a formare. Peccato che tanta fulmineità era sprecata dinanzi all’immensa certezza di immortalità sottointesa che l’uomo aveva imparato ad accrescere nella parte razionale della sua mente. Nella sua mente, ad essere sinceri, si era già formata l’idea grezza del dolore, quel piccolo apice di immensità percettiva che era il dolore, quel fantomatico mostro che era il dolore. Quello spauracchio da eliminare una volta giunto sulla soglia del pensiero razionale. L’idea della morte imminente venne così scartata.
0.00 METRI DAL SUOLO. ATTENZIONE: GRADO DI APPROSSIMAZIONE PARI ALLO SPESSORE DEL BORDO DI UN CAMINETTO.

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VISIONE 4: 1
 
Le sue pupille, nero lucido, un universo?
Chiudo gli occhi.
Continuo a vederla.
Sento il suo profumo che mi invade i pensieri, me li smonta, li spazza via.
Perciò mi meraviglio di riuscire ancora a percepire con innaturale precisione quello che sento.
O forse è proprio l'estasi a deformare la mia percezione.
Sento il sudore che rende la nostra pelle piacevolmente viscida, sento il freddo sopra il caldo, la brezza che alimenta il nostro fuoco.
Il retrogusto d’uva passa del Cardinal Mendoza aleggia ancora nel mio palato. Cerco un gusto diverso nella sua bocca ma non riesco a catturarlo, il mio brandy ha messo le radici.
I suoi capelli, i suoi capelli, i suoi capelli. Il timo nei suoi capelli.
Il suo corpo morbido, le sue gambe fresche, i suoi piedi ai miei polpacci.
Il piacevole dolore delle sue unghie su di me, sui miei capelli, la mia schiena.
Confusione
Apro gli occhi un po’
Le vedo una parvenza di sorriso
Poi una piccola smorfia
Un attimo solo
Tento di immaginarci in terza persona e forse per un attimo ci riesco
Ma non so
Il mondo aumenta di colore
Il mondo è incredibilmente vero
Ma non percepisco il mondo in realtà
Siamo noi
Siamo noi l’unico mondo e tutti i mondi
Siamo tutto
Siamo…

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VISIONE 5: UN BEL PANORAMA
 
 
Giunse alla verità: era completamente isolato. Ovvero morto. Non vi erano vie d’uscita alternative, nessuna, nemmeno la più improbabile. Ed era solo, visto che aveva appena finito di lavorare, qualche attimo prima del boato.
Nessuno sarebbe arrivato in suo soccorso: e come sarebbe stato mai possibile? Egli ufficialmente non esisteva. Egli lavorava in perfetta solitudine. Era uno dei Raminghi, un Senza Nome, uno dei Bimbi Sperduti. Era stato un bimbo cattivo, molto cattivo, e molto aveva fatto per meritarsi tale fine. Tuttavia la meritocrazia, quando si parla di morte, va a farsi fottere.
Beh, a dirla tutta, mai avrebbe sperato di ottenere una morte così dolce, nemmeno nei suoi più rosei sogni. A pochi in realtà è concesso di poter scegliere la morte preferita. Lui era uno di quelli: l’idea di rompere il vetro con una sedia e lasciar cadere il suo pre-cadavere per quel centinaio o poco più di metri che lo separavano da Ground Zero si stava insinuando insistentemente nei suoi pensieri.
C’erano grida, un sacco di grida: “Oh my God!!” di qua, “…gonna die!!” di là, “I don’t wanna die” a destra e brusio indefinibile a destra, calpestii, vetri infranti, tonfi cupi, panico, panico ed ancora panico. E panico ogni tanto. Li capiva, quei molluschi: il panico (degli altri) era uno dei suoi più grandi alleati. Restavano lì buoni buoni, attanagliati dal panico. Qualcuno se la faceva sotto, ma pazienza, effetti collaterali. Ora però il panico (degli altri) gli stava dando molto fastidio, gli impediva di concentrarsi a fondo. Non poteva non esserci altra soluzione. Si era trovato spesso in situazioni a rischio.
Ricapitolando: ascensori bloccati, scale crollate, fuoco sulle macerie, fumo nei condotti d’aerazione, finestre a centinaia di metri d’altezza. Unica soluzione: dirigersi in cima al grattacielo. Usando le scale? No, assolutamente. Le scale erano invase di schizzati terrorizzati, avrebbe solo perso indispensabile tempo nella grande ressa.
Sebbene al momento fosse l’ultimo dei suoi pensieri, gli stuzzicava l’idea di fare ipotesi sulla causa dell’accaduto: un attentato, quella era la più plausibile. Magari un qualche suo collega meno elegante di lui aveva usato l’odiosissimo plastico per eliminare qualche agenzia fittizia del commercio della droga. Far saltare uno dei grattacieli più famosi al mondo per una questione di droga? Assurdo. No. Un incidente? Probabile, anche se i controlli erano assai frequenti. La C.I.A. che aveva bisogno di un po’ di casino? Chissà. Qualunque fosse stata la ragione, lui si trovava in quel merdaio. E pensare alle cause ipotetiche del disastro non sarebbe servito a nulla.
Perciò uscì dall’ufficio, lasciandosi dietro i cadaveri che probabilmente non sarebbero mai stati trovati. Avendolo saputo prima, sarebbe stato un enorme vantaggio tutto quel trambusto: avrebbe effettuato il lavoro in tutta tranquillità senza doversi preoccupare assolutamente dei corpi e di conseguenza sarebbe riuscito a svignarsela con estrema facilità. Una fortuna.
Quel corridoio era sgombro, il linoleum lucido, le piante ornamentali ai lati, la luce artificiale fredda come sempre, le porte quasi tutte spalancate (ad eccezione di quelle con la scritta MAINTENANCE). Camminava velocemente, ma senza irruenza. Lanciava occhiate guardinghe all’interno degli uffici, quasi completamente vuoti e sconquassati. Dentro uno c’era una donna, con il suo tailleur pastello, che stava evidentemente valutando se spararsi in bocca oppure lanciarsi nel vuoto (come avrebbe fatto lui). Spararsi in bocca non era da lui. La sua sputafuoco serviva per gli altri, non per lui. Sarebbe stato un controsenso.
Raggiunse gli ascensori. Come valutato in precedenza, erano bloccati. Ciò non rappresentava un problema: sarebbe salito aggrappandosi al cavo d’acciaio che sosteneva la cabina. L’importante era trovare un ascensore che si era fermato ai piani inferiori: in caso contrario, oltre alla fittissima coltre di fumo che si sarebbe elevata a lui, il passaggio sarebbe stato bloccato dalla cabina stessa, e le cabine si aprono solo dal soffitto. Scelse l’ascensore centrale, poiché, come dicevano i saggi, la verità sta nel giusto mezzo. Riuscì ad aprire con non poca fatica le porte metalliche del condotto, riscontrando però che i saggi non erano tali per niente: la cabina era tre o quattro piani al di sotto del suo. Tuttavia il fumo era più denso del previsto; si tolse giacca e camicia, arrotolò quest’ultima a mo’ di bandana e la imbevette dell’acqua dell’ampolla posta di fronte a lui; infine se la legò intorno alla bocca. Poteva procedere.
La salita fu molto difficoltosa, anche a causa del grasso lubrificante dei cavi. Raggiunse l’ultimo piano all’incirca dopo 25 minuti di arrampicata. Con un volteggio riuscì ad aggrapparsi alla piccola sporgenza in corrispondenza alla porta metallica. Per un nonnulla riuscì a non cadere. Con ulteriori ed evidenti sforzi, aprì la porta il minimo indispensabile per passare. L’atrio che gli si presentò dinnanzi era, seppur completamente diverso dal corridoio dal quale era iniziata la scalata, intriso della medesima desolazione. Si diresse verso la porta con la scritta UPSTAIRS, sempre con la calma sua peculiare. Salì le scale che lo dividevano dal soffitto. Aprì l’ultima porta e lì si gelò. Fumo nerissimo. Ovunque. Tossendo fino a sanguinare, raggiunse il cornicione. A nord, l’altra torre era devastata. La visuale era ridottissima. Sembrava una cascata al contrario, una cascata di petrolio.
 
Un altro boato fortissimo ed il pavimento sotto i suoi piedi cominciò dapprima a tremare, poi a staccarsi quasi da lui. Gli sovvenne la verità. Non voleva morire soffocato né tantomeno sfracellato. Si tolse la camicia dalla bocca e si lanciò nel vuoto.
 
Dopotutto, stava volando sopra New York. Respirò a pieni polmoni, si sentì Icaro, veramente. I paracadutisti, per definizione, avevano il paracadute.
 
Lui, dispensore di morte, portò finalmente a termine l’ultimo suo lavoro, per la persona che più gli stava a cuore.

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VISIONE 6: LA NAVE E’ SALPATA
 
 
<<…sono io, all’apice del mio masochismo>>
<<Bill… è tua fi…>> BANG!
Quella scena non abbandonerà mai i miei ricordi. Come non abbandonerà mai i miei ricordi l’inizio della prima poesia che imparai a memoria in prima elementare: <<Rotea oscilla scintilla la foglia danzando strisciando sognando. L’accoglie la terra l’incalza il vento rimbalza s’innalza…>>
Ci si guarda indietro, quando si ha paura di ciò che si ha davanti. E come citò una mia cara amica <<Il sentimento più profondo dell’uomo è la paura e la paura più grande è quella dell’ignoto>> (Lovecraft mi perdoni se non sono le parole esatte).
Sono a Vienna, nella stazione ferroviaria. Come l’ultima volta in cui ci sono stato, ben 8 anni fa, con la scuola, in direzione di Praga, mi reco al ristorante non lontano dai binari. Lì facevano un’ottima Gulasch-suppe. Nutro fortissimi dubbi che la gestione sia la stessa di allora, in realtà queste cose funzionano ad appalti. Mi stupirei del contrario. Mi ricordo che c’era una sagoma di cartone di un buffo chef italianeggiante che reggeva il menù del giorno. Il classico Mario il pizzaiolo col baffo nero. Ma forse la memoria mi fa cilecca, come al solito. Più probabile che fosse un biondo bavarese (col baffo biondo) rappresentato sulla sagoma di cartone. Sagoma comunque sostituita da un freddo visore a cristalli liquidi. Forse ancor più freddo dei nuovi visori olografici. Le piante a foglia lunga e stretta ci sono ancora, nel senso che forse non è un falso ricordo che ci fossero allora. O forse sono false le piante.
Mi son messo il mio vecchio cappotto, quello per il quale mi facevano arrabbiare chiamandomi Matrix o Neo… l’aria è più viva del solito, ma credo lo sia sempre quando stai per compiere un grande passo. Tra un po’ arriverà il treno che mi porterà direttamente a Dover. Vedrò finalmente la mia casa sulla scogliera, quella che ho sempre sognato. Vedrò il mio salotto in tipico stile inglese, con i miei libri di Poe e di King ordinati per pubblicazione sulla mia libreria in tek, vedrò la mia poltrona davanti al mio caminetto, ed immaginerò mia moglie che mi aspetta in vestaglia, o, perché no, con qualcosa di più intrigante. Vedrò l’altalena per il mio Jimmy e la stanzetta per gli esperimenti della mia Ada. La culla del terzo figlio (sceglieremo il nome a tempo debito). Il ripostiglio. La porta sul retro.
Lascio tutti i miei amici per realizzare il mio sogno, o meglio, uno dei tanti. Lascio tutti i parenti. Un taglio netto con il passato. Ed ho il magone, come al solito. Come quando le ho chiesto di sposarmi, proprio perché ero quasi sicuro di ottenere un “no” e rischiare di rovinare tutto.
Io ed i miei amici resteremo ancora in contatto, ma non sarà mai più come prima. Lo so per esperienza. Si comincia con il sentirsi spesso, poi ogni tanto, poi raramente e poi per gli auguri rituali. Poi non ci si sente più. I sentimenti sbiadiscono, fino a diventare qualcosa di molto simile ad un cimelio.
La gulasch-suppe, per fortuna, è ancora buona. Il pane un po’ meno, ma faccio finta di niente. Il sugo è gustoso e conferisce al povero panino dei connotati più sopportabili. Ho stranamente ordinato del vino bianco, un’improprietà con la carne rossa; ma oggi mi andava di farlo, e quindi che importa? Guardo l’ora sul display del visore. Mancano ancora 45 minuti.
Una donna si siede sul tavolino di fronte al mio. Lo sguardo serio ed i lineamenti affilati e nobili mi ricordano qualcuno, un’altra donna del passato. Ci penso un po’ su ma non mi viene in mente. La fisso un po’ troppo, ed infatti lei mi chiede, con un cenno garbatamente irritato, quale sia l’origine delle mie intenzioni. Le invio un pardon con la mano.
Mi vien voglia di ascoltare Tori Amos. Poi mi ricordo di essermi dimenticato di caricare le canzoni ed impreco. Poi mi ricordo che mi è andata bene, ho Norah Jones e Nikka Costa, cosa chiedere di meglio? Attivo gli auricolari e per un quarto d’ora di shuffle mi lascio accarezzare dalla dolcissima carezza di Norah e dall’intensa e sofferta tonalità di Nikka.
La donna di fronte sta leggendo Vanity Fair. Centellina il suo cappuccino. Sbocconcella la sua brioche, ogni tanto. Sto ancora tentando di capire chi sia, ma non mi vien proprio in mente. Mi rassegno. D’altronde non credo proprio nella possibilità di conoscerla mai. Non ne ho l’interesse. Quindi perché corrucciarmi?
Finita la brodaglia che i germanici si ostinano a chiamare caffè, mi dirigo verso l’esterno del ristorantino. Il sensore all’uscita mi informa con il suo solito bip che l’importo del mio pranzo è stato scalato dalla mia carta di credito. Un omone alquanto trafelato con due abnormi valigie corre all’impazzata e per poco non mi investe. Si gira probabilmente per scusarsi in un idioma a me alieno, forse polacco o qualche altra lingua dell’est. Nel compiere questo sforzo di cortesia rischia di investire la valigia di un altro viandante, ma quest’ultimo fa in tempo ad accorgersi dell’omone e si ferma per farlo caracollare da qualche altra parte. Rido divertito.
Il treno è arrivato. Ci siamo. La prossima fermata sarà Dover. Vedo la linea a proiettile del convoglio di testa, le sue carrozze grigie, la carrozza-ristorante gialla, il capostazione che si dirige verso all’addetto appena sceso, le persone che aspettavano di partire cingere le proprie valigie, molti volti ignoti con una parte del Lungo Cammino da condividere. Vedo tutto questo, e respiro a pieni polmoni quest’aria fresca e allo stesso tempo acidula. L’aria di Vienna mi fa sempre un certo effetto.
Un nuovo capitolo sta per essere scritto, a partire dalla sua prima lettera, ed io mi ricordo, mi ricordo di tutte le singole lettere e di nessuna in particolare, in serena attesa delle lettere che verranno.

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VISIONE 7: LA NAVE E’ AFFONDATA
 
 
<<Vedo gE. Sono a distanza di sicurezza.>>
<<Identificalo.>>
<<Maschio, sui 30 anni. Capelli scuri, molto lunghi, lisci, cappotto nero che arriva fino alle caviglie, borsa da viaggio leggera. Barba scura e folta. Piercing sulla narice sinistra. È lui.>>
<< È lui. Lo scanner l’ha identificato. Procedi. Chiudo.>>
<<Chiudo.>>
Lo sguardo serio ed i lineamenti affilati e nobili della donna sembravano tradire la sua reale professionalità. Il vestito sobrio e poco vistoso l’avrebbe sicuramente fatta apparire a chiunque come una donna in carriera, magari una pubblicitaria o una responsabile delle risorse umane. Seguiva gE, alias “L’Uomo in Nero”, come l’aveva ribattezzato lei. Acquistò una rivista non eccessivamente a caso, nella fattispecie Vanity Fair. L’Uomo in Nero stava osservando il visore a cristalli liquidi, con un sorriso sulle labbra. Sembrava rimirare ogni singolo dettaglio, alla ricerca di qualcosa in particolare, qualcosa che non riusciva ad individuare. Entrò nel ristorante. Lei lo seguì.
Il manuale diceva di non avvicinarsi mai troppo all’obiettivo, mai lei i manuali li usava per accendere il caminetto, per metterla giù elegante. Dopo aver ordinato un cappuccino con brioche si piazzò esattamente al tavolo di fronte al suo. Lui aveva ordinato una brodaglia. Il sorriso dell’uomo non abbandonava mai il suo volto. Possibile che quel coglione fosse chi si diceva che fosse? Come poteva essere mai possibile? Logico, quelli come lui si nascondevano molto bene, indossavano maschere comuni ed un po’ eccentriche ma mai troppo evidenti. La loro natura era delicatissima.
La stava fissando, come lei si era aspettata. E perentoriamente lei gli fece un cenno irritato. Le chiese scusa con la mano. Fingendo di leggere la rivista, registrava ogni singolo movimento dell’uomo, ogni sguardo. Sguardi rapidi e sfuggevoli.
Si era messo ad ascoltare della musica, riusciva a percepirne i lievi suoni ad alte frequenze che filtrano sempre attraverso gli auricolari.
Guardava l’orologio, ogni tanto.
Dopo un tempo per lei indefinito (registrato poi dai suoi colleghi come 16 minuti e 33 secondi) e finito il caffè, l’Uomo in Nero si diresse verso i binari. Sembrava conoscere a perfezione il binario di partenza, dirigendosi direttamente nei pressi del convoglio. Sempre con tutta la cautela possibile, la donna si affrettò a seguirlo. L’uomo salì in carrozza. Il sensore luminoso posto sulla parte superiore dell’ingresso del treno indicò con un lampo blu che il biglietto era valido. Lo vide dirigersi verso il fondo del treno. Era una fortuna, per lei, avere un obiettivo di indole solitaria. Molti meno problemi. Vide l’Uomo in Nero entrare nel terz’ultimo scompartimento. Lei lo oltrepassò, lanciando una fugace occhiata all’interno del medesimo. Vuoto. Ottimo. Il corridoio era sgombro. Con il congegno specifico, applicò al visore di occupazione dei posti il raggio laser. La scritta luminosa del medesimo mutò da “1 OCCUPIED” a “FULL”. Il più era fatto.
Attese esattamente 30 minuti. Il convoglio viaggiava a piena velocità, ovvero a 337 km orari. Era il momento ideale. Verificò che lo scompartimento fosse ancora privo di esseri viventi, eccetto l’Uomo in Nero. Ancora nessuno. Nessuno nel corridoio. Oggi era davvero fortunata.
Entrò nello scompartimento. gE alzò lo sguardo.
<<Buongiorno, Uomo in Nero.>>
La donna estrasse con la sua fluida fulmineità la nuova pistola d’ordinanza, quella completamente in plastica, quella invisibile ai sensori.
Gli piantò una pallottola in mezzo agli occhi, silenziosamente.
Silenziosamente si defilò, senza lasciare traccia o ricordo. Da manuale.

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VISIONE N° 19 : MEDEA
 
 
Il bimbolo stava facendo un gran baccano, lì fuori. Probabilmente aveva visto un fagiano, od un gatto mutante, o qualche fuoco fatuo precoce ed impaziente. Pronunciò ad alta voce degli aspri vocaboli in Lingua Antica e subito il canide si zittì. La Lingua Antica era di gran lunga più efficace per farsi ascoltare dai viventi di classe inferiore, quali gli animali e gli uomini. Medea lo sapeva. E Medea odiava la Lingua Eccelsa. Era a causa di essa che lei ora era esiliata dal suo mondo, dal Mondo Cardine. Perciò preferiva la Lingua Antica, quella parlata dai Druidi Viaggianti, ben prima che il primo Manni apparisse nel creato. Pochissimi ormai conoscevano la Lingua Antica, la più misteriosa e pericolosa fra le lingue morte.
Era seduta sullo sgabello in noce, rimirava il suo piccolo libricino. I capelli del colore del rame le ricadevano liberi sulle spalle, iniettati della luce solare del tardo pomeriggio della morente estate. Il suo sguardo si perdeva sempre, al cospetto del libricino. I morbidi lineamenti del suo viso apparivano ancor più tristi in quella prospettiva, le rosee guance le conferivano un’innocenza delicata e perduta, dissimulando la sua età. Da generazioni aveva smesso di invecchiare. Era imprigionata nella sua stessa bellezza giovanile. Le sue labbra sottili tradivano le sue origini nordiche di antichissimo etimo genetico, quando gli dei ancora gozzovigliavano tra i neo-mortali.
Un sigul pendeva dal suo esile collo, a lambire quasi la scura veste di nero pizzo orlata, veste fabbricata dai Tessitori Dissacrati, veste dai poteri sconosciuti e temuti. Le bianche spalle nude rifulgevano di quella luce pomeridiana, apparendo più fulve in tal colorazione. Una gamba, anch’essa nuda, faceva capolino dai neri drappeggi ed il piede scalzo si fermava non distante da un corposo libro impolverato. Le mani accarezzavano il libricino, le sue dita ne scandagliavano i risvolti ed i rilievi delle miniature, con delicatezza infinita. Fissava costantemente l’ultima pagina di quel libricino. In tale pagina vi era una parola perduta. Scritta in lingua Eccelsa. L’ultima parola che aveva pronunciato in tal regale idioma. L’unica parola che non avrebbe mai più pronunciato.
In effetti, l’impressione magna data da quello scenario generale, compresa la protagonista, era di delicata mestizia, di fragilità e di dolore. Dolore imprigionato nelle ossa. Dolore insinuato nei recessi della mente. Dolore dilagante nell’immensa vastità dell’inconscio. Dolore vivo e pensante, generatore dei mostri inumani e terribili che tormentavano da lustri i suoi sogni. Sogni che inevitabilmente portavano all’accadimento nefasto che l’aveva colpita, mutilata nell’animo, violentata nello spirito e gettata nel folle odio conseguente.
Era una strega. Forse la più terribile, poiché non agiva per perversione. I suoi intenti erano puri, sebbene di odio si trattasse. Non superbia, la superbia apparteneva ai deboli mortali; non accidia, il suo spirito di abnegazione era assai grande; non avarizia, ciò che aveva le era sempre sufficiente; non lussuria, la lussuria non faceva parte della sua natura; non gola, poiché di anime era sazia da tempo; non invidia, poiché non temeva rivali. Infine non l’ira, essa si era spenta molto molto tempo prima. Ecco quindi che il suo odio era definibile come puro. Fine a se stesso. Pertanto di una cotal orribile natura.
Il crepuscolo era giunto a compimento, era sfumato come da milioni di anni in una nuova notte. Si svegliò dal suo stato di semi-incoscienza al suono tondo dell’orologio a pendolo. Erano le kohd, l’ora delle streghe. L’ora in cui usciva a deturpare gli empi umani che l’avevano rinchiusa in tale stato di liquido odio. Entità disgustose e mediocri, vermi striscianti che sopravvivevano nella loro aberrante ed incessante ricerca del potere, melliflue e melense costipazioni mentali vomitate da qualche antro abnorme. Esseri vigliacchi, che colpivano nel sonno, che avvelenavano, che invidiavano la sua bellezza ed il suo potere, che temevano la sua bellezza ed il suo potere. Da tempo aveva perso la speranza di trovare uno di loro, uno solo, che non meritasse una morte atroce.
Era persa nei suoi pensieri, nuovamente. Per questo la colsero di sorpresa.
Un forte dolore al capo e poi buio.
Si risvegliò a causa di una frustata. Gridò di dolore e di sorpresa. Si guardò attorno, attonita ed atterrita, almeno nei primi istanti. Poi capì e la paura tramutò in odio. La stavano torturando. Quei porci l’avevano denudata. Quei porci dementi l’avevano denudata ed imprigionata, mani e piedi cinti da strettissime corde. Il silenzio permeava in quella stanza in pietra umida e muffosa, rotto solo dallo schiocco delle scudisciate e dalle grida a denti stretti della Strega. Le intimarono di confessare le sue affinità con il cornuto, di manifestarsi nella sua orrida vera natura, come sgualdrina del diavolo. Ebbene sì, di questo era accusata. Dal Sacerdote che aveva più donne di un re. Dal Consigliere che era più corrotto di un ministro delle imposte. Dalle Bercianti Fedifraghe che sopravvivevano di invidia e lussuria. Dai Benpensanti, che sostenevano il valore di un amico su quello di un monile, ma che per un monile avrebbero defraudato qualsiasi amico.
Pensava a tutto ciò, ora come allora, quando fu privata della sua bellezza interiore. Quando si votò alla stregoneria. Quando l’unico uomo che amava l’aveva gettata nelle braccia di infami così simili a quelli che ora tentavano nuovamente di strapparle le carni dalle ossa.
Stavano bruciando tutti i suoi libri, davanti ai suoi occhi. Le intimavano di confessare le sue empietà, di far uscire il maligno, di votarsi alla loro pura luce. Stavano bruciando tutti i suoi libri, e lei li guardava impassibile, sanguinante nel corpo ma non nell’anima. Finché vide il suo libricino che cominciava a prender fuoco. L’ira di un tempo si risvegliò. Il suo furore divenne inimmaginabile ed insostenibile. Emise un grido acutissimo, un grido di valchiria. Tutti i presenti si accasciarono a terra. Tutti i lumi ad olio esplosero ed il fuoco si propagò nei pavimenti legnosi del fabbricato. Medea pronunciò un vocabolo che non oso ripetere. Una moltitudine di topi apparve dalle ombre, avventandosi rabbiosa sulle corde che la imprigionavano e sbrindellandole in un nonnulla.
Era libera. Ed era furibonda. La delicatezza dei suoi lineamenti cedette il posto alle vene ingrossate del suo collo, al suo corpo pur sempre leggiadro ma martoriato da graffi sanguinanti e profonde escoriazioni. Una luce rossa pulsante le attorniava le sembianze. Un’ombra nera le velava la pelle. Ad un tratto la veste riapparve direttamente a lei indossata. Un esplosione muta e vermiglia invase la stanza.
I più stupidi e coraggiosi le si avventarono contro con forconi e falci. Impazzirono all’istante, incontrando gli occhi di Medea; i loro capelli mutarono dal colore naturale a bianchi candidi e successivamente a fulvi accesi. Poi bruciarono da dentro. Gli altri vennero avvolti dalla luce rossa nebbiosa e vennero risucchiati all’interno della stanza. Scivolavano, imprecavano, piangevano, supplicavano, affermavano le proprie colpe, si votavano al maligno, si votavano a qualche santo, talvolta passavano dall’uno all’altro ripetutamente. Lei ora rideva, rideva sguaiatamente, poiché li avrebbe uccisi tutti, dal primo all’ultimo, senza risparmiare nessuno, bambini compresi. I bambini sarebbero morti per un atto di pietà nei loro confronti. Ma sarebbero morti ugualmente.
I suoi occhi vennero catturati.
Il libricino.
Aperto sull’ultima pagina fumante.
Lo raccolse.
La sua ira si spense.
 
Pianse silenziosamente, come sempre. Le lacrime le rigarono il volto di cenere coperto.
Chiuse gli occhi e svanì con il vento.
 
Ora era nuovamente sola, come lo era stato in passato e come lo sarebbe stato forse ancora a lungo. Una leggera pioggia fresca cominciò a caderle sulle spalle nude, lavandole via il nero arso. I piedi nudi scivolavano dolcemente sull’erba fresca e bagnata. L’albero sulla collina la osservava immobile. Teneva in mano l’unica pagina salvata dalla vigliaccheria umana. L’ultima pagina del libricino che aveva scritto da bambina. L’ultima pagina del suo libro dei sogni.
 
Non pronuncerò qui tal parola. È la parola che meno merita al mondo di esser svilita. Una parola è solo fumo, ma ciò che quella parola rappresenta vive in ognuno di noi, anche in Medea. Ma i più sembrano aver la memoria corta, od offuscata.

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Visione 7 luglio 85 : la genesi
 
Cazzo mi beccano!!!
Zitto coglione!! Se fai tutto questo casino è logico che ti beccano!! Cretino! Stupido!
Ok ok. Calma, devo uscire, devo solo uscire. Poi mi nascondo per un po’.
Sì uscire. Una parola. Devi pensare a come uscire, prima. Siediti.
Ma sei scemo?? Sono qui che mi cercano!
Se continui ad andare in giro a caso sei sfottuto! Ci arrivi a capirlo o no?
Testa di cazzo! Smettila! Mi stanno guardando!
Fa’ finta di niente, idiota. E lasciami pensare in pace. Gira l’angolo e siediti sulla prima sedia che trovi.
Porca troia, proprio in geriatria. In mezzo a ‘sti vecchi. Sei un genio, cazzo.
Coglione, mica ti ci ho portato io qui! E sta’ zitto, ora!
 
“Cazzo cazzo cazzo ma perché l’ho fatto? Sì ma non l’ho fatto io l’ha fatto LUI maledetto adesso sono rovinato rovinato rovinato. Se mi beccano mi ammazzano. Sul serio. Che ore sono? Le tre. Son 40 minuti che son qui e non ne vengo fuori. Proprio geniale infilarsi in un ospedale. D’altronde devo pur trovare un modo per curare la ferita. Ci sarà qualche garza, no? Aspetta. Calma. Lì c’è la segreteria, di là l’ala 1 dei pazienti e di là la 2. Ecco: una porta con il divieto. Quella. Provo lì. Magari trovo anche un camice. Merda che caldo. Che caldo che caldo che fa. Fa’ che si apra fa’ che si apra fa’ che si apra…che culo. Piano, piano. Bad, stanne fuori o giuro mi ammazzo. Nessuno. Fantastico. Allora, scartoffie scartoffie carta cazzo! Un camice cazzo! Nessuno. Neanche uno. Aspetta, l’armadietto. Apriti! Cazzo che culo di merda! Il camice. Bene. Ora le garze. Là, il lavandino. Le garze, bene. Sapone. Merda che male!!”
 
Aaaaaah! Merdaaaah! Mpf..!
Imbecille fai piano!
Eccolo. Senti vai a farti fottere, brutto stronzo. Ok?
Zitto! Guarda che macello stai facendo. Se vedono il sangue col cazzo che ti lasciano passare!
Ho il camice.
E secondo te i dottori se ne vanno in giro per l’ospedale con il camice sporco di sangue…
 
 
Ancoil si fasciò il busto non senza difficoltà. In effetti la ferita era profonda: avrebbe di certo meritato qualche punto di sutura. Tuttavia era costretto dalla situazione e dallo scarso tempo a disposizione a rinunciare all’ago e al filo. Ci avrebbe pensato in un secondo momento. O magari in un terzo, se non schiattava prima. Con il suo consueto impeto maldestro e la sua spiccata velocità, ripulì il lavandino ora di nuovo bianco. Indossò il camice appena trovato. Si guardò intorno, bofonchiando qualcosa.
Doveva mantenere la calma, ma come si faceva se si aveva sempre una voce nella testa che ti diceva continuamente cosa fare? Soprattutto quando quel qualcosa sembrava inevitabilmente essere sempre la cosa sbagliata da fare. Sempre la più cattiva da fare. Beh, non era proprio una voce, era lui che dava la voce. Era una Cosa, una sorta di pensiero, qualcosa che nemmeno lui sapeva spiegare. Si poteva solo provare. Ed ultimamente era peggiorato molto.
Era come quando lo iodio mescolato all’l.s.d. ti buttava in decadenza e dovevi entrare in complicità con il tuo mal di testa e ti sentivi fuori dal tempo, come in Matrix, con quei cieli neri ammorbanti e malati che ti accarezzavano il viso e ti sussurravano dolcemente MUORI MUORI MUORI CI SONO ALTRE FORME DI VITA OLTRE A TE QUINDI CREPA CREPA CREPA, e tu cominci a sentirla, la crisi, malgrado tu sia perennemente sovrappensiero, perso nell’equazione base, il tuo dogma personale, SONO = SONO, e proprio per questo ti senti una nullità, uno zero, un riflesso dei suoi sogni di ghiaccio, e i tuoi pensieri rarefatti cominciano ad appesantirsi e all’improvviso ad esplodere, come sotto l’effetto dell’assenzio (the power of nothing). Nothing. Ecco ciò che resta di te, alla fine, alla fine di tutto.
Un rumore: la porta. Fece in tempo ad accovacciarsi. Per un soffio non si fece scorgere dall’infermiera appena entrata. Le vedeva le gambe, attraverso il carrello dietro al quale si era nascosto. Non un ottimo nascondiglio, a dirla tutta. Lentamente, strisciò indietro e si girò con altrettanta cautela. Non si accorse che stava altrettanto lentamente facendo precipitare un becker vuoto. Quindi prese pure lui, oltre all’infermiera, un grosso spavento quando questo andò in frantumi.
“AAARGH!! Chi c’è lì dietro? Chi diamine sei?”
Preso dal panico, Ancoil Bad uscì dal suo ‘nascondiglio’, scaraventando la donna contro un altro carrello colmo di carte. La donna andò giù come una sacco di patate urlante e gracchiante. Uscì correndo, tutto trafelato, e si diresse verso le scale che portavano ai piani inferiori.
Giunse miracolosamente nel parcheggio.
 
Ma quanto idiota sei? Mancava solo che ti mettessi ad urlare sono qui, prendetemi, sono quiiii!
Taci, non mi hanno beccato.
Bravo Ancoil, bravo! Tu si che sei una mente!
Oh cazzo eccoli lì! Torna dentro! Girati piano e torna dentro! Non guardare non devi assolutamente guardarli. Non guardarli.
 
Non li guardò, ma non fu sufficiente affinché essi non lo scorgessero. Gli corsero incontro con la mano dentro la giacca grigia estiva. Ancoil camminava celermente, lanciandosi occhiate di dietro. Sarebbe uscito da una finestra. Una finestra un po’ isolata. Magari che dava sulla strada che congiungeva Asolo a Casella. Con un po’ di fortuna sarebbe…
 
AAAAAARGH!!e contemporaneamente AAAAAARGH!!
 
Un dardo giallo ed oleoso lo aveva colpito ad una spalla. Era un dardo sciamanico. Sentì immediatamente l’effetto irritante della sostanza della quale la punta dell’arma era intrisa. L’ira cominciò a montargli nella testa. Ancoil lasciò il posto al demone che lo possedeva. Ancoil lasciò il posto alla Cosa che lui stesso aveva battezzato ‘Bad’. In realtà, esso non aveva nome. Era stato generato nel crepuscolo dell’ Era Antica, quando i nomi non servivano.
Le punte delle dita de “” cominciarono a gocciolare una sostanza nera e corrosiva, un leggero alone di fumo restava a scia del Suo passaggio.
Era giunto il momento di alzare la voce. Fanculo alle regole.
Si trovava in un corridoio semi-deserto. Al suo passaggio le luci al neon cominciarono a ronzare, sempre di più, fino a produrre un suono come di un milione di vespe impazzite; i monitor dei pc si accendevano e si spegnevano in continuazione; gli ascensori emettevano il suono del campanello di fine corsa ad ogni secondo. Un infermiera atterrita dai lunghi capelli non più raccolti si guardava intorno, muovendo la testa a destra e a sinistra, sempre più velocemente e con grado di angolazione maggiore, sempre di più in fretta più in fretta più in fretta! Uno schiocco sonoro e il cadavere della donna cadde a terra privo di vita.
Procedette. Si trovava ora in un ampio atrio. All’apertura della doppia porta, tutti gli apparecchi elettronici cominciarono ad impazzire, come nel corridoio precedente. Tutte le persone si accasciarono a terra, contemporaneamente. Cominciarono tutti a ridere. Ma i suoni delle risate erano cadenzati alla perfezione: in realtà si sentiva un'unica risata roboante. Una risata pazza ed isterica, dalle molteplici tonalità.
Quelli che erano i gocciolii dalle estremità della anti-creatura si erano trasformati in veri e propri rivoli nerissimi e densi, molto simili ad un flusso di petrolio/catrame. Un fumo denso e tossico si levava al suo passaggio, lasciando un odore orripilante e funesto, come di insalata marcia. Ora procedeva lentamente, non aveva più paura. Ormai era uscito allo scoperto e sarebbe stato costretto ad ucciderli tutti. Non voleva neppure pensare alle conseguenze. Intuiva che sarebbero state catastrofiche, soprattutto per lui. Ma in fondo non era colpa sua se gli umani facevano schifo.
Un sorriso innocente era stampato sul suo viso. Lanciava sguardi verso ogni persona, con la lingua in fuori che gocciolava sul camice fumante. Ogni persona sul cui sguardo si posava quello de “” si azzittiva immediatamente e cominciava letteralmente a mangiarsi le labbra o a strapparsi le orecchie o ad urinare o defecare o ad accoppiarsi selvaggiamente e brutalmente con la prima persona che trovava, a prescindere da età, sesso o distinzione razziale. Due gemelli si schiaffeggiavano a vicenda, alternando i rispettivi scapaccioni. Altri due, un inserviente ed un medico donna si davano testate sanguinolente. Un uomo cominciò a correre con tutte le sue forze andandosi a schiantare di slancio su un muro.
Ad un tratto una luce intensissima invase la stanza. Tutti si immobilizzarono. Anche “”.
 
NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!!!
 
Scappò con tutta la velocità di quel corpo. Alla fine era arrivata. Lei era arrivata. Ma non tutto era perduto.
Disintegrò una porta che gli sbarrava la strada. Era nell’ala in cui gli umani sputavano fuori i loro mocciosi. Ottimo. I bambini dormivano tutti, anzi, quasi tutti. Un solo neonato, che di sicuro non si trovava lì che da qualche ora, lo osservava in silenzio. Accanto a lui un’inferimiera rideva con gridolini stupidi ed occhi spalancati e lacrimanti. Non era troppo tardi. Si chinò sul bimbo e gli fece entrare in bocca una singola goccia del liquame che cadeva dalle sue dita. Pronunciò la solita formula. Sorrise.
Celermente si affrettò a scappare, ma senza la frenesia di prima. Ciò che doveva fare era stato compiuto. L’avrebbero preso ed annientato. Poi avrebbero cancellato ogni traccia di tutto quel trambusto. Avrebbero riportato in vita i morti e nessuno si sarebbe ricordato o accorto di nulla. Le videocamere sarebbero state corrotte, e così ogni altra apparecchiatura. Non potevano permettere che gli umani sapessero. E mai l’avrebbero permesso.
Ma, a loro perfetta insaputa, era riuscito nel suo intento. Finse di ripetere l’operazione compiuta prima sul bambino con un ragazzotto che gli capitò sottomano. Lei entrò ed Esso si girò.
 
Luce.
 
E luce fu.

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Visione 8a – Fretta
 
 
 
Sorpasso a 150 all’ora, tutti i cavalli della golf stavano urlando, sembrava quasi che la vernice si stesse staccando dal cofano. Cielo uggioso, plumbeo, gravoso, pesante. Sorpasso a 150 all’ora, guardavo il finestrino, ero seduto dietro. Nicola aveva fretta. Come non capirlo? Lei lo aveva chiamato. Aveva bisogno di lui, bisogno assoluto. Aveva chiamato lui e lui si era precipitato. Ero con lui, e con me la S., noi 3. Non potevamo non accompagnarlo. Anche perché non ci avevamo capito praticamente niente. Lei aveva chiamato lui, non noi. Lui non ci aveva neppure detto dove stavamo andando, almeno non prima dei 100 all’ora, quando scendere sarebbe stato alquanto ledente.
<<Cos’è successo???>>
<<Non so - andiamo lì e vediamo – è giusta la strada?>>
<<Ma cosa ti ha detto?>>
<<La strada!! Rispondi – è giusta?? Cazzo dimmi se è giusta!!>>
<<Si che è giusta! Ci sarai andato 840 miliardi di volte! Ma che ti ha detto?>>
<<Non rompere! Non vedo perché ti devi lamentare – cioè potevo lasciarti dov’eri e basta>>
<<Nicola non mi farebbe schifo sapere dove cazzo sto andando e perché. Ti risulta tanto eroico illuminarmi sul mio futuro, visto che mi hai praticamente rapito?>>
<<Nicola, caaazzo, shaaaanti! Devi dirci qualcosa… altrimenti la chiamo e chiedo a lei…anzi, se non ha lo schermo blu…>>
<<Non ti azzardare! Adesso vi racconto! Lasciami solo capire dove siamo!>>
<<Nicola, camomillizzati. Un bel respiro profondo e via. Siamo sulla strada giusta. Alla rotonda, prosegui dritto. Fine. Sempre dritto.>>
<<Ok adesso vi dico basta che mi lasciate in pace e state zitti che devo guidare ok? Cioè se vado addosso a qualcuno è colpa vostra>>
<<Beh, almeno puoi dire che il vetro si è rotto durante l’impatto. Così non devi inventarti altre scuse con tuo papà>>
Ci raccontò del perché stavamo rischiando la sua patente e le nostre vite. Quando finì di raccontarci la sua telefonata con la R. non avevamo nulla da eccepire.
<<Ma cazzo! E’ cretina!!>>
<<La conosci, S. . Sai com’è fatta. Fa le cazzate senza pensarci.>>
<<Cristo, chiamale cazzate queste! Cioè è nella merda – se non andiamo noi – dico io, ma quella lì è la mia rovina __ Sei tu la tua rovina Z. coglione>>
<<Frena… frenaaaaaaa!>>
<<Non rompere il cazzo testa di cazzo!!! Se c’è una cosa che ha di buono questa macchina sono i freni. Me lo han detto tutti, ha dei freni eccezionali. Anche il motore e tutto il resto, ma di più i freni>>
<<Ok ma se eviti di farmi fare un infarto te ne sarei grato>>
 
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Visione 8b – Aggiornamento delle condizioni
 
 
<<Come sta ora?>>
<<Dorme>> rispose R.
 
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Visione 8c –
Quando la nebbia è tutto e non ti rimane che aver paura
 
 
gE stazionava sul divano, intento a fissare le molecole d’ossigeno di fronte a lui. Ascoltava attento il racconto di Rachele, come anche Nicola e Samantha. Fuori c’era un gran nebbione.
Dall’appartamento posto sull’attico di un palazzo jesolano, ovvero dalla dimora estiva della famiglia della Rachele, si godeva di una vista magnifica, di solito. Non quella volta, ovviamente. Si distingueva a malapena il palazzo adiacente, i lampioni stentavano a bucare quel bianco uniforme, l’aria era liquida e fredda come il sangue di un eroe scandinavo. Il mare innalzava il suo consono maestoso canto notturno, schiaffeggiando gli scogli come da millenni a quella parte, abbandonato da tempo dal vento marino, il quale sembrava un ricordo in tale paesaggio di immobilità glaciale. Di rado si udiva un qualche veicolo attraversare le strade addormentate.
Rachele stava raccontando del litigio avuto con F., di come costei aveva approfittato di un semaforo rosso per scendere dall’auto, lasciando Rachele (alla guida) ad imprecare. Non poteva lasciare la macchina lì nel bel mezzo della strada, e non valeva la pena cercare un fottuto parcheggio quando ti trovavi a mezzo chilometro dall’appartamento. Rachele raccontò di come decise di dirigersi a casa senza F., proprio perché con due passi la sfuriata sarebbe passata ad entrambe. Niente pugni, quella volta. Proseguì riferendo ciò che F. stessa le aveva in seguito rivelato, una volta giunta trafelata e sconvolta in appartamento. Sconvolta dall’uomo che aveva cercato di bloccarla. E poi anche dall’altro uomo. E del fumo, che ora stazionava sul tavolo, dentro un sacchetto di nylon. Rachele continuava a fumare la sua Marlboro.
 
<<Come sta ora?>>
<<Dorme>> rispose R.
<<Cosa facciamo?>> chiese Samantha.
<<Dobbiamo portarla a casa>> incalzò Nicola.
<<Prima che arrivino i miei, possibilmente.>>
<<Per che ora saranno qui?>>
<<Boh. Magari tra mezz’ora, magari tra due. Il punto è che se ci sgamano iniziano a fare domande e magari si inventano di portarla al pronto soccorso.>>
<<Beh, a dire il vero la porterei al pronto soccorso. Potrebbe averle spezzato un braccio, che cazzo ne sai?>>
<<E’ solo un livido, Samantha…>>
<<No. Non possiamo. Poi bisognerebbe raccontare tutto, compresa la storia del fumo. Capitooo?>>
<<Cazzo è veeero…>>
 
Spense la sigaretta. Un infinitesimo dopo, si spensero anche tutte le luci.
<<Demonio porno, anche la corrente adesso. Dov’è il salvavita?>>
<<Sì, il salvavita con che temporale? Non è il salvavita>>
<<Ok, grazie Nicola per il corso accelerato di fisica applicata. Dove porkajuve è il contatore?>>
 
Un rumore. Alla porta.
Bisbigliando <<Chi cazzo è? Non possono essere i miei>> e ad alta voce <<Mammana! Papàààà! Siete arrivati? È andata via la luce!>>
Nessuna risposta.
La luce del cellulare della Samantha illuminò debolmente il locale.
Si riunirono all’ingresso. Rachele osservò dallo spioncino. Intravide un fioco fascio luminoso, indubbiamente quello di una torcia.
<<Cazzo c’è qualcuno>>
Un ulteriore rumore, di passi questa volta, dall’esterno, dalla terrazza. Dalla persiana abbassata fino a 10 cm dal suolo spuntò prima uno scarpone nero, poi, oltre al suo simmetrico, anche le estremità di un paio di guanti da motociclista. Qualcuno stava cercando di entrare.
<<Cristo! Sono loro! Ma da dove cazzo son entrati?>>
 
Erano entrati passando dalla botola che dal corridoio andava in soffitta e poi dalla soffitta al tetto. Dal tetto alla terrazza.
Rumori di scassinamento dalla porta.
 
<<Merdaaaaa il cellulare non prende!!!>>
<<Cazzo neanche il mio!!!>>
<<Andatevene stronzi pezzi di merda teste di cazzooooooo>>
<<Il telefono normale! Rachele, dov’è?>>
<<E’ muto pure questo!!!>>
 
I ragazzi cominciarono ad urlare quasi all’unisono. Poi fu panico.
 
 
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Visione 8d – Quiete
 
 
 
 
F. aveva appena finito il suo racconto. La cenere della sua sigaretta cadeva di tanto in tanto, a causa del tremito della mano. Una tazza di camomilla la stava aspettando e, fosse stato per lei, avrebbe aspettato ancora, magari per l’eternità. Tuttavia la sua attenzione era deviata altrove, pertanto, quasi distrattamente, bevve la camomilla. Aveva voglia di dormire, una voglia matta. Dormire per due o trecento anni. Avrebbe voluto dimenticare, ma sapeva benissimo che era una cazzata, questa. Pertanto si accontentava di dormire, di cadere un po’ in incoscienza. Sarebbe svenuta volentieri.
 
<<Ce l’hai del sonnifero o dei tranquillanti o merda del genere?>>
<<Aspetta che guardo in bagno…>> ed uscì dalla cucina in direzione del corridoio.
 
Nei cinque minuti in cui si trovò sola, consumò un’ulteriore sigaretta fissando la tazza vuota tra le sue mani. Aveva voglia di piangere e di ridere allo stesso tempo, ma non voleva concedersi né l’una né l’altra cosa. Voleva essere forte, e lo sarebbe stata. Aveva voglia di picchiare, ma sapeva che non si sarebbe controllata. Avrebbe fatto una cazzata, e di cazzate, per la giornata, ne aveva fatte anche più del dovuto.
Stava ancora fissando la tazza, con quei disegni in stile greco color ambra e blu che sembravano cingerla, il manico un po’ strano ed il fondo alto quel mezzo centimetro di troppo, quand’ ecco Rachele fece ritorno. Stava osservando il foglietto illustrativo annesso ad una scatola bianca.
 
<<Lexotan Plus si dimostra attivo nel trattamento degli stati di tensione e di agitazione, in quelli di ansia di qualsiasi tipo, anche quando siano associati a depressione del tono dell'umore. Il farmaco è pure indicato bla bla bla... Nell'ambito delle nevrosi Lexotan Plus ottiene risultati eccetera… È pure indicato nei disturbi del comportamento con irritabilità ed impulsività e risulta …mmmh… agisce negli stati spastici della muscolatura striata di origine centrale. Le ben-zo-dia-pezine, no, benzo-dia-zepine sono indicate soltanto quando il disturbo è grave, disabilitante o sottopone il soggetto a grave disagio.>>
<<Roba forte, cazzo.>>
<<Non ho nient’ altro di simile. Cazzo, non so neanche come faccia ad avere ‘sta schifezza qua, mia mamma>>
<<Vabbè, che me ne frega, dammi qua>>
<<Aspetta, ti prendo un po’ d’acqua>>
<<Grazie>>
 
Bevette. Dopo qualche altra sigaretta, il tranquillante cominciò a fare effetto ed F. andò a coricarsi.
Rachele si distese sul divano, nel soggiorno, davanti alla tv impostata su mute. Il tavolino in vetro al centro della zona soggiorno era ingombro di riviste varie, di un portacenere, dei loro due cellulari e del pacchetto di sigarette. Da quest’ultimo estrasse tutto il contenuto, ovvero l’ultima. Per fortuna ne aveva un altro, in camera da letto. Valutò se girarsi un joint o meno. Optò per la sigaretta e basta. Il rassicurante ed estatico sfrigolio della prima boccata corruppe quasi infinitesimalmente il silenzio catatonico della stanza. In generale, quell’arredamento in stile moderno non risultava essere dei più caldi. Pur essendovi infatti almeno venticinque gradi, là dentro, non aveva rinunciato alla sua sciarpa, come di consueto. Se l’aggiustò meglio al collo. Si discostò la solita ciocca dagli occhi. La caviglia le doleva un po’, e per un paio di minuti se la massaggiò adagio, insieme ai polpacci.
Poi si mise a pensare.
Allora, punto primo i miei non devono vederla. Quel livido non promette niente di diverso da una para mortale. Potrebbe mentire sulla storia del fumo, magari dicendo che era un maniaco che voleva violentarla. Solo che andrebbero dalla polizia e, sconvolta com’è, la F. può tradirsi e casca il palcoscenico. La porto a casa. Sì, con quale macchina? Chiamo qualcuno? Nicola. gE ci metterebbe sei mesi ad arrivare. E poi? E poi la portano a casa. Magari sta un giorno da gE o dalla Samantha per riprendersi, così i suoi non si accorgono. Ok, può andare. Lo chiamo.
 
Spense la sigaretta nel portacenere e allungò il braccio quel tanto che bastava per afferrare il cellulare. La ricezione era al minimo, ma non se ne avvide, poiché un paio di secondi dopo la comunicazione venne stabilita.
 
<<Pronto ciao Nicola, è successo un casino…>>
 
 
 
 
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Visione 8e – L’individuo telefona
 
 
Semaforo rosso, l’auto si fermò.
<<Cioè, non è che perché hai le palle girate allora devi per forza rompere i coglioni anche a me!>>rispose Rachele, evidentemente contrariata.
<<Ok, vaffanculo allora>> ed uscì dall’ auto, sbattendo la porta con tutta la forza che aveva.
<<Ma dove cazzo vai!!!?? Troia…>>
Pensò di seguirla, poi cambiò idea, non le andava di parcheggiare, non le andava di scendere, non le andava di darla vinta alla stronza. La strada la conosce, pensò infine.
 
F. era già stata inghiottita dalla nebbia, sparendo dalla visuale di Rachele. Prese a calci una lattina vuota. Poi un cassonetto dell’immondizia. Non che avesse svegliato qualcuno, la città era quasi deserta. Si frugò in tasca alla ricerca dei suoi inseparabili amici Nico & Tina. Li accese e continuò a girovagare. Aveva 50 euro ed una gran voglia di un joint. Era una cazzata monumentale girare da sole di notte con la nebbia in mezzo al nulla, figuriamoci chiedere del fumo a qualcuno. Ma fanculo, lei lo voleva e basta. Aveva camminato in direzione contraria all’appartamento, allontanandosi di un ulteriore mezzo chilometro. Imboccò il marciapiede della strada principale.
Le insegne spente, tristi come un luna park di mattina, la guardavano transitare lungo quella strada deserta, dentro e fuori di continuo dai fasci di luce ocra proiettati dai lampioni. Ogni tanto, una qualche finestra illuminata, quasi solo per dimostrare che effettivamente qualcuno c’era. Fissava la linea gialla che delimitava la pista ciclabile, camminando sopra alle placche metalliche poste ad indicazione del confine fra corsia e pista. Un auto in direzione contraria. Non era Rachele. Conoscendola, a quest’ ora era già in pantofole. Che si fotta, pensò.
Alzò lo sguardo. Ad una ventina di metri da lei, tre tizi fumavano seduti su una panchina, solo che lei vide solo qualche ombra dentro ad un fascio di luce nel nero/bianco dell’aere. Avvicinandosi, stabilì che potessero avere ciò che cercava. Si fece un casino di coraggio ed si recò loro appresso.
 
<<Scusate, avete… ehm… da fumare?>>
<<Sigarete?>>
<<No…>>
 
Due tizi guardarono il terzo, il quale, con un attimo d’esitazione, annuì.
 
<<Quanto?>>
<<30>>
<<Mmmh… tropo poco>>
<<50?>>
 
e dopo un attimo di esitazione
 
<<Ok, vieni co me>>
<<Dove? No, dai, ho cambiato idea. Niente.>>
<<Ho roba buona>>
<<No, grazie>>
<<Dai ho roba buona! Vieni solo via dala luce. Là, nela strada picola>>
 
…un altro attimo di esitazione…
 
<<Ok, ma in fretta>>
 
Si diressero dove prestabilito. Il tizio si fermò, guardandosi attorno. Frugò all’interno del cappotto dozzinale, estraendovi un grosso pezzo marrone, già tagliato in striscioline. Lei non lo guardava mai in faccia, anche perché non avrebbe visto più di tanto, non sentendo neppure il forte odore di alcool che l’alito dello sconosciuto emanava. Lui invece sembrava molto più interessato alla giovane che al suo materiale di vendita. Tuttavia conclusero la transazione senza proferir parola. Lei annusò il pezzo ricevuto, quasi per tradizione, visto che aveva il raffreddore.
 
<<Ok, ciao>>
<<Aspeta un atimo, hai freta? Vuoi che ti regalo un altro pezo?>>
Lo osservò sospettosa, pronta a filarsela non appena…
<<Non ti vuoi divertire un po’?>> disse l’uomo afferrandola all’avambraccio con una rapidità insospettabile.
 
F. cominciò ad urlare, ma la sua voce venne strozzata dalla presa dell’uomo, il quale, in un lampo, le fu dietro. Le strizzò violentemente un seno. Lacrime di rabbia e di vergogna e di disperazione cominciarono a sgorgare. Gli dette un morso con tutta la rabbia, ma il cappotto era troppo spesso.
 
Non dimenticò mai l’orrendo gusto che le invase la bocca. Era come mangiare terra acida, o almeno questa era l’impressione che aveva avuto e che avrebbe avuto fino alla fine.
 
Con una disperata mossa repentina, riuscì a liberarsi parzialmente, ma l’uomo l’afferrava ancora per il braccio. Raccolse tutto l’odio in lei e gli sferrò un calcio nei genitali. Per sua fortuna l’uomo era abbastanza lento di riflessi, forse a causa dell’alcool, constatata la precedente rapidità. Il calcio andò a segno perfettamente, causando l’accasciamento del violentatore. Sempre piangendo ed urlandogli imprecazioni (dimentica degli altri due compari) iniziò a tempestarlo di calci al volto, al costato, alle gambe. L’uomo giacque privo di sensi con la faccia all’aria, col naso rotto e sanguinante. Il sacchetto con la merce cadde a terra. Sbollito il furore, e accortasi che lo stava uccidendo, quasi senza pensarci raccolse il fumo. Corse al piccolo trotto verso la luce. Poi cambiò idea e tornò indietro ad assestare un ulteriore calcio al corpo dello strafottutissimo stronzo che la stava quasi per violentare.
Si girò. Un uomo stava correndo verso di lei, quasi in silenzio. Terrorizzata, se la diede a gambe levate, ma fu troppo lenta. Si sentì afferrata. Solo per un istante. Corse con tutta la velocità di cui era capace. Sentiva il suo inseguitore, lo percepiva vicinissimo. I muscoli della giovane fecero un ulteriore sforzo. Ad un tratto sentì imprecazioni dietro di lei, ad una decina di metri. Si voltò e si rese conto di averlo seminato. L’individuo stava in quel momento estraendo un telefono dai calzoni.
 
F. continuava a correre, cambiando viottolo di tanto in tanto. Fece un giro larghissimo. Si guardava in tutte le direzioni e più volte inciampò, una delle quali finendo a terra. Si concedette qualche secondo di riposo. Il braccio le doleva, come anche il seno. La trachea era in fiamme. Aveva il cervello gonfio di ossigeno umido e freddo. Le tempie le pulsavano ed un leggero senso di svenimento la stava cogliendo. Fu questo a spaventarla ulteriormente. Si diede un schiaffo sonoro e si rimise in marcia.
Non riusciva ancora a capacitarsi dell’accaduto. Le sembrava un evento vissuto da un’altra persona e chissà come capitato nei suoi ricordi, sicuramente per sbaglio. Non era successo niente. Fanculo. Era successo e basta. Quanto cretina era stata! Si sentiva una merda, si sentiva sporca, si sentiva ancora furiosa ed atterrita al contempo.
Giunse finalmente all’appartamento.
 
 
 
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 Visione 8f – Nascosta

 
 
 
gE corse in camera a svegliare F. e Samantha lo seguì. Sentivano le urla rabbiose di Nicola e rumori di schianti ed urla aliene e le grida di Rachele. Ma forse il Bad stava avendo il sopravvento. Magari questa volta si sarebbe rivelato utile, no Nicola?
F. non si svegliava, sembrava svenuta. gE la portò in bagno e le mise il viso sotto l’acqua fredda scrosciante. Niente. Nemmeno gli schiaffi.
Samantha suggerì di nasconderla. Dove? Sotto il letto. No, no! Sopra l’armadio. Neanche. E dove? Dentro un borsone. Sì, come no… meglio l’armadio. Presero la sedia e la issarono sopra l’armadio, nascondendola come meglio potevano.
gE e Samantha si guardarono. Il viso del ragazzo, un cencio immacolato. Quello della ragazza, il preludio di un acquazzone salato.
 
<<Andiamo>>
 
Andarono.
 
 
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 Visione 8g - Il fantasma giace sotto le lacrime (Parte Seconda)

 
 
 
Una lacrima cadde sul giornale aperto.
 
Tratto dal Gazzettino del 23 dicembre 200X
 
“<<Ineccepibilmente una vicenda orribile>> così commenta il Ministro Della Difesa Martino in merito alla tragedia che ha avuto luogo a Jesolo, in provincia di Venezia, lo scorso 10 dicembre. Sulla vicenda le Forze dell’ Ordine devono ancora fare luce, poiché le informazioni raccolte risultano, secondo quanto trapelato, frammentarie ed incoerenti. In particolar modo per quanto concerne la strana sostanza nerastra trovata nell’ esofago di uno dei ragazzi; tutt’ ora la Scientifica sta analizzando tale reperto, il quale potrebbe gettare un ulteriore alone di mistero sulla vicenda.
La pista della rapina è stata scartata immediatamente. Troppi gli elementi a confutare tale ipotesi. Il Procuratore, in una delle ultime dichiarazioni, ha ammesso che gli inquirenti devono ancora individuare un movente attendibile, sebbene l’ idea di un regolamento di conti resti la più fondata. Più per esclusione che altro, constatato che i ragazzi svolgevano una vita alquanto normale.
Altro aspetto a dir poco ‘strano’ è la totale amnesia sullo svolgimento dei fatti subita dall’unica superstite. F., appunto la ragazza salvata quasi inspiegabilmente, non ricorda assolutamente niente degli ultimi giorni, compreso quanto accaduto in quella notte fatale. I medici attribuiscono tale mancanza di ricordi all’assunzione massiccia di un farmaco rinvenuto nell’appartamento, indubbiamente unito allo shock subito dalla ragazza al suo risveglio. È stata trovata, infatti, ancora svenuta, nascosta sopra un armadio. Dalle ricostruzioni, i malviventi dovrebbero esser stati messi in fuga dal sopraggiungere di due volanti dei Carabinieri chiamati da una signora residente in zona limitrofa. F. di fatto si è salvata sia per esser stata nascosta sia per la provvidenziale chiamata della vicina. Tuttavia…”
 
Non riuscì più a continuare e si abbandonò ad un pianto disperato. La madre di Francesca la cinse a sé.
 
|||||Sopra il giorno di dolore che uno ha|||||
 
 
[Tutto è stato inventato, nessun riferimento è voluto]
 
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Visione 9: +
 
 
Cavalcammo a lungo, attraverso i campi fioriti del Thunst. Le Pervinche dal violaceo petalo, i Gladioli accesi (muti nella profumazione ma eccitanti alla vista), l’Erba Bianca dalle liquide foglie, le Gocce d’Aria dallo stelo trasparente, i Terra Nera con quel loro arcano gorgoglio… Notammo un’ Alce Nana che ci spiava tra i cespugli adamantini: Lilja la salutò ed essa subito si nascose. Creature non malvagie, ma diffidenti per indole. I nostri destrieri dorati sembravano volare, quant’erano potenti. Saltammo un ruscello porpora che si frapponeva al nostro moto. Scorsi un ittio rarissimo e subito la invitai ad arrestare la sua corsa, per meglio godere di tale inaspettata apparizione. Era un Pàal Örn, conosciuto anche come Luccio dell’ Ovest. Non c’erano dubbi. Era lungo almeno 30 centimetri e dove passava, tranquillo, l’acqua carminia vibrava e mutava di tonalità cromatica. Sembrava un re in visita al suo popolo. Con tutta probabilità aveva già mangiato, poiché disdegnava ogni altra creatura che osava passarvi appresso. Lo seguimmo con lo sguardo fin alla perdita della sua immagine. Il tramonto stava per arrivare e con esso le Guðrún, le Figlie della Madre Bianca, che avrebbero fatto la loro consueta e scintillante apparizione. Si sarebbero sentiti tutti quegli sfrigolii fatui e l’aria avrebbe profumato di cannella e muschio e terra nuda. I maestosi pini si sarebbero animati di vita notturna e la festa sarebbe iniziata così come da millenni.
Ma non ancora, ora tutto era pace, era vento tiepido sui nostri visi e tra i nostri lunghi capelli bianchi, era un cavalcare animato fra l’erba alta, in direzione della spiaggia del Grande Blu. Era osservare Lilja nel suo giovane corpo, era agognarla in ogni suo movimento, era catturare ogni suo sguardo, ogni suo sorriso. Era ammirare il suo modo di tacere ed il suo modo di pronunciarsi.
Ci fermammo, benché la meta fosse vicina. Scesi da cavallo, ci sdraiammo ai piedi di un enorme Ghor, con le foglie larghe a coprirci il capo. Notai, gettando lo sguardo nella fitta vegetazione che formava il bosco, un cespuglio di Olicastro. M’avvicinai e lieto appresi della grondante massa di bacche che lo popolava. Ne raccolsi una manciata piena e tornai da Lilja. Gliene offrii ma in principio lei rifiutò, forse per la particolare ebbrezza notoriamente causata dai frutti di Olicastro. Insistendo, sciolsi le sue remore. In effetti le bacche fecero effetto nell’immediato avvenire, facendoci ridere ad ogni lazzo.
Notammo un immensa Aquila Ibrida rimirare l’aere e perlustrare il terreno alla ricerca di qualche preda. Scomparve dalla nostra vista, dietro al Padre Fuoco, per tornare nel cielo un istante dopo. Il Padre Fuoco stava per coricarsi e tutta la visuale era tinta del suo colorito. Giungemmo al Grande Blu. Nuvole di Gabbiani fendevano il cielo, planando e volteggiando liberi. Ci accostammo a degli sterpi dai nudi rami, lasciando gli equini a cibarsene. Scendemmo lungo il dolce declivio, raggiungendo la spiaggia prima, il bagnasciuga poi. Ci sedemmo, lieti dell’acqua a lambire le nostre gambe.
Ancora non del tutto ripresi dall’euforia delle bacche, ci guardammo. Scorsi il mare nelle sue pupille. Vidi tutta la bellezza del Mondo, racchiusa in quello sguardo.

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Visione 10: -
 
 
 
 
Lo avevano imprigionato!
Intravedeva l’umida parete dinanzi a lui, vedeva il grosso ratto laborioso famelico bastardo! lì nell’angolo che lo aspettava, aspettava la sua morte per nutrirsi delle sue carni rinsecchite e malate, ma si sa che i topi a certe cose non badano… il concetto di igiene per i topi non conta più di
BANG!! Una spranga di ferro contro la porta di ferro fece saltare i suoi nervi che di ferro non erano più da tempo. Si rannicchiò ancora di più contro l’umida parete alle sue spalle, c’erano un sacco di pareti umide da quelle parti, forse quattro o quattrocento, non riusciva più a rendersi conto delle pareti e delle morfologie in generale. Era tutto freddo e umido, il mondo, da quelle parti. Con frenesia tentava di ricostruire i suoi pensieri naufraghi di una tempesta assurda.
Era buio, quasi del tutto.
La sua memoria era pesta e dolorante. Ricordava immagini, come fotocopie di fotografie.
 
LA BESTIA DAL VOLTO DILANIATO MI AFFERRA PER I CAPELLI IL SUO ALITO PESTILENZIALE MI FA VOMITARE ALL’ISTANTE LA BESTIA MI LECCA IL NASO POI COMINCIA A SUCCHIARMELO IL NASO ED ESCE MUCO E LA BESTIA SE NE NUTRE E IO INTANTO VOMITO E LA BESTIA SI NUTRE DI TUTTO CIO’ CHE ESCE DAL MIO CORPO E LA BESTIA COMINCIA A LECCARMI UN ORECCHIO E A MORDICCHIARMI DOLCEMENTE OH SI’ DOLCEMENTE UN ORECCHIO E AD UN TRATTO CON UN TERRIBILE MORSO MI STRAPPA L’ORECCHIO L’ORECCHIO L’ORECCHIO IMMENSO DOLORE DOLORE POI PIU’ NIENTE.
 
Ed ancora
 
LA PINZA LA PINZA COSA VOGLIONO FARMI COSA COSA COSA COSA COSA COSA COSAAAAAAAAAARGH NO BASTA COSA VOLETE NON VI POSSO DIRE NIENTE MI AVETE CUCITO LE LABBRA BASTARDI NOOO BASTA BASTA BASTA BASTA BASTA VI GIURO FACCIO QUELLO CHE VOLETE MA BASTA VI PREGO LA PINZA BASTA BASTA NO NO PER FAVORE VI PREGO VI PREGO VI PREGO NON HO FATTO NIENTE NIENTE VI PREGO NIENTE.
 
Ancora
 
COSA VOGLIONO FARMI CON LA SIRINGA INFILARMELA IN UN OCCHIO BENE MI PIACE IL DOLORE ORMAI ORMAI IO SONO UNA LARVA ANZI VISTO CHE ORMAI NON PENSO PIU’ IN REALTA’ IO NON ESISTO NO IO NON ESISTO QUESTO DOLORE NON ESISTE E’ SOLO LA FANTASIA DI QUALCUNO QUALCHE PAZZO SADICO IO NON PENSO ERGO NON ESISTO L’OOOOOOOCCHIO AAAAARGH NO BASTA NO LE PINZE PER GLI OCCHI FIGHEEEEEE COME QUELLE DELL’ARANCIA DI KUBRICK CHE FIGAAAAAATA AHAHAHAH AHAHAH AHAHAH VI PREGO BASTA NO CHE DICO ANCORA ANCORA VI PREGO FATEMI DEL MALE INFILATEMI DELLE COSE NEL CULO STRAPPATEMI LE PALLE E FATEMELE INGOIARE HO FAME VI GIURO MI MANGIO LE PALLE SE LASCIATE CHE ME LE STRAPPI VEDRETE CHE DIVERTENTEEEEEE!! AAAAAARGH!!!
 
BANG!! Di nuovo. Solo che questa volta la porta si aprì. Vi entrò una donna dal volto occultato, vestita in modo assurdo, secondo la sua percezione mnemonica (visto che di memoria non si poteva più parlare). Una tuta verde acceso il latex la cingeva. Aderentissima, modellata sulle sue forme. Una forte luce rossa si accese. Poi la luce dal rosso passò al bianco. Ora Williamson poteva distinguere con l’occhio superstite le reali fattezze della donna. Era una donna dalla bellezza straordinaria. Solo che lui a stento rimembrava la sua propria sessualità. Sebbene fisicamente il suo sesso fosse integro, lo avevano reso impotente come una larva. Quindi alla vista della vagina della donna, il suo aspetto non mutò di una virgola. La tuta infatti presentava un’ampia apertura all’altezza del pube della donna, così come ai glutei e al seno prosperoso. Una catenella agganciata ai piercing sui capezzoli. Un carinissimo pendant alla mezzeria della catenella stessa, a forma di fallo. La donna maneggiava un grosso bastone. No, non un bastone, un fallo pure quello. Delle stesse proporzioni del primo, solo molto più grande.
Da quando era “lì”, non un essere umano gli aveva rivolto la parola. Gli unici suoni che aveva sentito erano le sue urla e i rumori di sottofondo quali i topi e le aste di ferro e le sue ossa spezzate.
Ad un tratto, dalle pareti uscirono delle grosse casse audiofoniche. Cominciò un rumore di tono e frequenza bassissime. Un suono che aveva già sentito. Sì! Come un’illuminazione gli sovvenne il ricordo di quel suono intermittente. Era il suono che facevano i tripodi ne “La guerra dei mondi” di Spielberg! Fece un gran sorriso, molto tirato a dire il vero. Era da un po’ che mentiva sistematicamente a se stesso. Con se stesso era divenuto alquanto formale. Diffidava di tutti, oramai, e soprattutto di se stesso. Il rumore aumentava costantemente di volume. Intermittente.
 
WOOOOOOOH!!! - WOOOOOOOH!!! - WOOOOOOOH!!! - WOOOOOOOH!!! - WOOOOOOOH!!!
 
La donna sembrava non curarsi di quel suono. Magari aveva dei tappi. Il rumore era diventato insopportabile, all’orecchio superstite. Il polmone superstite trasse un grosso inspiro quando il suono cessò improvvisamente. Si aspettava qualcosa. Ed infatti non accadde niente nei successivi 30 secondi. Gli doleva particolarmente il rene residuo. Si accorse che stava urinando. Ormai urinava senza accorgersene, aveva perso anche quella sensibilità. Fissava sempre la donna, con quella sua nuova e strana visuale, quella che hanno tutti i guerci di questo mondo. Ma non era poi sicuro di trovarsi ancora in questo mondo. Magari era in inferno. Sì. Era morto e stava scontando le pene eterne dell’inferno. Il pensiero lo deludeva, in realtà. Poiché era così dannatamente simile alla realtà di quando era nel pianeta terra.
 
La donna si mosse in sua direzione. Williamson si protesse lo sguardo, nascondendo il volto tra le ossa che aveva in corrispondenza delle cosce.
 
<<Guardami>> gli disse dolcemente la donna.
 
Era un ordine, chiaro. Con le lacrime agli occhi, per aver sentito una voce umana, ubbidì. Si sentiva immensamente grato a quella donna. Era bellissima e gli aveva parlato. Era bellissimo il suono della sua voce. Melodico e caldo e rassicurante, un tono di voce molto bello, un tono del quale si sarebbe innamorato nella sua vita terrena.
Lui guardò e per la successiva ora non distolse mai lo sguardo guercio da quella bellissima donna.
Gli espose il fallo che teneva in una mano. Fece in modo che la larva lo vedesse. Che vedesse il tasto rosso posto tra i testicoli finti, nell’estremità opposta al glande finto. Che vedesse il tasto verde a fianco di quello rosso. Premette il tasto verde e il fallo cominciò a vibrare. Poi la donna premette il tasto rosso ed una sostanza simile al sapone liquido cominciò a defluirne. Solo che non sembrava affatto sperma, lo sperma non era di colore verde acceso. Lo strano fluido cadde a terra, vicino ai moncherini che aveva in vece dei piedi. Si sentì uno sfrigolio: era senz’ombra di dubbio dell’acido. In effetti bruciava da morire. Urlava dalla voglia di provare quel dolore. Magari glielo infilava nel culo, come avevano già fatto. Solo che non era un dildo, usavano la spranga di ferro e la spranga lacerava. Lei invece lo amava di sicuro, come lui già amava lei. Con lei niente spranga.
Williamson sorrise e la donna con lui, compiaciuta. Nella mano in cui non reggeva il fallo, apparve come per incanto una pasticca blu. Forse c’era sempre stata, chissà. Solo che lui la registrò come una vera e propria magia. La donna gli mise in bocca la pastiglia, attraverso il buco che attraversava la sua guancia, di lato (gli avevano cucito la bocca), e lui la ingoiò, non avendo più denti. La donna cominciò a masturbarsi usando il fallo finto. Lui vedeva i suoi grossi seni, osservava come se li toccava e stringeva. Era disabituato a queste cose. Gli fece un effetto stranissimo, inaudito. Nella vita terrena, ad una cosa così, avrebbe reagito con un erezione monumentale. Ah, la sua vita terrena. Stranamente si ricordava delle donne con cui era stato. Era uno dei pochi ricordi che gli rimanevano ancora vivi. Ora, però, dopo tutta la sofferenza provata, dopo tutto quello che aveva passato, non riusciva più ad avere un erezione. Ci aveva provato un sacco di volte, a masturbarsi. Aveva persino catturato un topo per fotterselo. Niente.
Infatti si sorprese molto quando il suo pene si rizzò. Viagra! Ecco cos’era! Si guardò stupefatto il sesso risorto a nuova vita. Poi guardò la donna e la desiderò follemente. Si alzò di scatto e rabbiosamente le strinse una tettona. Lei, ovviamente, aveva previsto tutto ciò. Anzi, l’aveva architettato.
 
<<Fermati>> gli disse dolcemente la donna.
 
Ovviamente lui si fermò all’istante. La larva aveva cominciato a venerare quella donna, la riteneva una dea. Le era grato immensamente, l’amava alla follia. Lei lo avrebbe condotto alla salvezza, ne era ormai certo. Bofonchiò un suono improponibile, in sostituzione di un “Ti amo”. La donna intuì e sorrise, attraverso la maschera in latex. Si estrasse il fallo finto.
Lo legò alle catene sul muro. Poi se ne andò, lasciandolo urlante e disperato. La larva piangeva. Non lacrime, non ne aveva più da tempo, ma piangeva lo stesso. Era la tortura più grande, quella. L’avrebbe potuta possedere ma lei lo aveva abbandonato. Il suo pene ancora turgido sembrava sbeffeggiarlo. Ogni tortura era la peggiore, in fase di esecuzione, poiché quelle già subite erano semplicemente dimenticate, non erano mai avvenute. Però quella era davvero la peggiore in assoluto. Si sentiva privato di tutto. Di qualsiasi cosa.
 
La temperatura era aumentata notevolmente, dentro la stanza buia. Forse di dieci o venti gradi. La donna rientrò. Ora era nuda, a parte la maschera in volto. Lui cominciò a piangere di nuovo, per la gratitudine. E ad urlare suoni amorfi ed inumani, rannicchiato al suolo. Gli si avvicinò sensualmente, inginocchiandosi, chinando la testa all’indietro, quasi a sfiorarlo, a gambe divaricate, e lui, sempre piangendo, tentò di infilare la sua erezione dove meglio poteva. Lei si manteneva a debita distanza. Per un attimo il suo glande la toccò e la larva si riempì di gioia. Si dimenava impazzito dal desiderio. Voleva possederla. Ma lei si ritraeva sistematicamente. Si dimenò al punto da spezzarsi le giunture dei pollici. Era libero. Con le braccia grondanti di sangue e maciullate alle estremità, si avventò sulla donna meravigliosa. Lei lo respinse con estrema facilità, con un calcio preciso al ventre. Lei si alzò.
 
<<Papà, non avresti dovuto violentarmi>> disse la donna togliendosi la maschera. Poi uscì dalla stanza. La larva restò lì, afona. Guardava la porta aperta. Entrò la Bestia dal Volto Dilaniato. La larva venne sbranata “viva”.

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Visione 13 – fine
 
 
 
 
Non vi è gioia nell’oblio, né tristezza.
Vi è solo molto silenzio, un silenzio morto ed immobile, denaturato, innaturale. Corpose stonature nella gamma cromatica umana. Nessun essere umano ha mai sentito il silenzio, mai percepito. Neppure un sordo dalla nascita. Il silenzio della mente, tuttavia, è reale e pertanto attuabile.
Quando una mente si rifugia perennemente nell’oblio, essa è defunta.
 
Sam aveva la barba lunga, incolta da molto tempo. Era accasciato al suolo, sbavando sul lercio pavimento. Aveva un divano, non si curava più di utilizzarlo. Aveva molte cose, tutte di fatto inutili. Aveva una tv, una cucina, un’enciclopedia multimediale, dodici sedie, sette quadri, un frigo ampio (vuoto), un mobile in mogano, un caminetto, una libreria, quattro letti (di cui due per gli ospiti), e molto altro ancora. Tuttavia non aveva più niente, poiché nulla più gli interessava. Niente. Soprattutto se stesso. L’apatia l’ aveva abbracciato tra i suoi scheletrici arti e lo stringeva a sé.
 
 
Valutazione quantitativa del deperimento fisico
L'uomo ha bisogno come minimo approssimativamente di: 100 gr di glucidi, 1 gr/kg di proteine, 1 gr/kg di lipidi e 20 kCal/kg di energia al giorno (a sforzo fisico zero).
Per un uomo virtuale di 70 kg corrisponde a una massa minima di 100 gr di glucidi, 70 gr di lipidi e 70 gr di proteine, complessivamente di una massa di 240 gr con un potenziale calorico di 1'300 kCal (media 5.46 kCal/gr). Ha bisogno ca. 70*20=1'400 kCal che corrisponde a ca. 260 gr di "massa secca" che perde al giorno perché suo corpo la metabolizza, ma non viene aggiunta. A un contenuto idrico di 70% corrisponde a ca. 860 gr di massa totale.
Mettiamo che l'uomo sempre virtuale abbia un'altezza corporea di 1.72 m, risulta un BMI iniziale di ca. 23.7 kg/m2.
Morirà al più tardi (per debolezza cardiaca o respiratoria) quando ha raggiunto un BMI di ca. 14 kg/m2, quindi a un peso di ca. 41 kg. Fa una differenza di ca. 29 kg. Ci metterà "virtualmente" allora al massimo 29 kg / 0.86 kg/dì = 48 giorni per morire. Ma probabilmente morirà prima (per disidratazione o iperidratazione o uricemia o un altro crollo metabolico dovuto al minerale o la vitamina casualmente più deficiente) secondo le condizioni dell'esperimento.
 
FONTE: http://it.wikipedia.org/wiki/Digiuno_(fisiopatologia)
 
 
Sam ricordava una fiaba che sua madre non gli aveva mai raccontato. Sua madre non aveva mai tempo. Perciò l’aveva letta da sé. Era una fiaba molto molto crudele. Piangeva ogniqualvolta la leggesse. Riteneva alquanto inappropriato che delle fiabe così venissero pubblicate. Tuttavia non mancava di provare una forte emozione, alla lettura di tal novella.
Era un libro sulla mamma. Il racconto parlava di una madre che aveva appena avuto un bambino. In una spettrale notte d’inverno, con la neve battente, la Morte andò a far visita alla madre e al suo piccolo. La madre si accorse di tale visita troppo tardi: la Signora dal Nero Cappuccio era già fuggita ed aveva portato seco il figlioletto in fasce. La madre allora, disperata, cercò le tracce nella neve e riuscì a seguirle a lungo, noncurante del gelo che le irrigidiva le ossa. Incontrò un arbusto parlante di rovi, nudo d’ogni foglia, per via dell’inverno. La madre chiese informazioni sul transito di una nera figura insieme ad un bimbo in fasce. L’arbusto rispose che se voleva delle informazioni era necessario uno scambio. L’arbusto chiedeva il calore del suo sangue. La madre non esitò ed abbracciò l’arbusto, lasciandosi trafiggere in molti punti dalle spine del vegetale parlante. Il sangue, copiosamente, riscaldò l’arbusto. Esso le rivelò che la figura che andava cercando era lestamente fuggita verso il Nord. La madre, ancor sanguinante, corse in direzione della stella polare, ora nascosta dietro alle nubi pesanti. La storia proseguiva con altre prove affrontate dalla povera madre, una delle quali prevedeva che donasse gli occhi suoi al Grande Fiume ghiacciato. Ella, alla fine, trovò la Morte e poté riabbracciare il figlioletto defunto. Perché defunta a sua volta.
Tuttavia l’immagine della madre che sanguinava cinta all’arbusto era la più forte ed infatti non abbandonò mai i ricordi di Sam. Aveva compreso appieno l’immensità dell’amore della madre, che aveva rinunciato alla sua stessa vita per raggiungere il suo amato figlio. Aveva scelto il sentiero della Morte.
 
Uno scarafaggio zampettò lesto sulla guancia di Sam e l’uomo non si curò di allontanarlo. Sam stava ricordando.
 
Il giorno del suo matrimonio con Anitha. Il secondo giorno più bello della sua vita. Tutta l’emozione di quei momenti lo colse come un’amante impetuosa, travolgendolo, colmandogli gli occhi di lacrime. Lei era meravigliosa, nel suo candido vestito, con il velo a coprirle i biondi riccioli e gli azzurri occhi colmi delle stesse lacrime d’emozione al Magnifico Sì, ripetuto in chiesa come quella notte indimenticabile in cui si giurarono amore eterno. Un sentimento sepolto nell’Oblio, ormai. Lei si era risposata. Oh, come mutano i sentimenti!
 
Il giorno della nascita di Leo. Il giorno più bello della sua vita. Vedere questo fagottino urlante che si dimenava e che dava l’impressione (ovviamente immaginaria) di assomigliare sia al padre che alla madre. Vedere il sorriso esausto di Anitha mentre Leo faceva la sua prima poppata. Vedere Leo addormentarsi poco dopo al seno della madre. Abbracciare forte sua moglie che lo aveva reso così felice. Le era grato di ciò, anche ora, nella totale disperazione, e le sarebbe stato grato fino all’ultimo respiro. Non le dava colpa alcuna. Una disgrazia come la loro è difficile da affrontare per chiunque. Non la poteva biasimare nessuno. Tuttavia un rimasuglio di collera ancora aleggiava nel cuore di Sam. Ed andava bene così. Tutto andava bene. Nessuno aveva colpa. La colpa non era di nessuno. Ed era proprio questo, il muro insormontabile. Nessuno verso il quale riversare il suo odio, la sua rabbia, il suo rancore. Avere il sentore fortissimo di esser stato privato, derubato di una cosa meravigliosa, suo figlio, e non poter dire niente a nessuno. Picchiare un muro non serviva a niente. Picchiarsi nemmeno. Il dolore era insormontabile. Urlare, perché? Chi avrebbe udito? I morti sono morti. Perciò aveva deciso di seguire il sentiero della Nera Incappucciata. Aveva trovato già il suo arbusto infreddolito ed aveva già donato le sue pupille al suo grande fiume. Era quasi giunto a destinazione, ormai. Tra poco, avrebbe riabbracciato suo figlio. E lo avrebbe baciato per moltissimo tempo. Ed avrebbe pianto per molte ore, un pianto di gioia liberatrice.
 
Suo figlio, all’età di cinque anni, manifestò i primi sintomi di distrofia muscolare. Essendo un’età alquanto tarda per l’insorgere della stessa, venne erroneamente diagnosticata come poliomelite e di conseguenza trattata come tale.
Era un giorno soleggiato di novembre, era domenica. Sam e Leo giocavano a rincorrersi nel giardino, il gioco che il bimbo preferiva in assoluto perché vinceva sempre, contro quel lumacone del suo papà. Leo era magrolino e piccolo di statura, per la sua età. Era molto rapido nei movimenti e di carattere particolarmente attivo (se esiste un bambino che non lo è di natura). Stavano appunto giocando quando Leo inciampò in una radice del pino, al centro del giardino. Sam corse subito in direzione del figlio, notando con sollievo che stava ridendo. Aveva il volto tutto sporco di fango e la sensazione comica della situazione fece ridere anche Sam. Leo cominciò a rialzarsi, ma d’un tratto si fermò. Teneva il capo chino. Cominciò a chiamare il padre, rivelandogli che non riusciva più a tenere la testa dritta. Con una manina si sosteneva gattoni, con l’altra si reggeva la fronte. Già il panico stava avendo il sopravvento sul bimbo che scoppiò in un pianto disperato. Portarono immediatamente Leo all’ospedale.
Un anno dopo, Leo respirava solo grazie ad una macchina. Non parlava più. Si esprimeva con il movimento degli occhi. Era completamente paralizzato. Veniva nutrito attraverso le flebo. Espelleva i suoi bisogni come un infante. Dovevano cambiarlo e lavarlo più volte al giorno. Dovevano medicargli le piaghe da decubito ogni giorno. Dovevano vegliare su di lui ogni secondo della loro vita.
Era un giorno in cui Anitha stava pulendo il figlio, passando il cotone idrofilo imbevuto d’alcool sulla colonna vertebrale deforme di Leo, che la donna prese la sua decisione. Quando Sam ritornò a casa da lavoro, dal secondo lavoro che era costretto a svolgere per mantenere le cure del figlio, Anitha aveva già preparato le valigie. Gli disse che era sfinita, che non ce la faceva più. Gli disse che aveva appena trent’anni e non sarebbe resistita ancora. Disse che Leo la stava uccidendo. Disse tutto questo in lacrime, singhiozzando. Sam non disse niente. Non una parola. Gli chiese il motivo di questo silenzio. L’implorò di dire qualcosa, qualsiasi cosa. Sam non disse niente. Accarezzava il figlio addormentato. Anitha se ne andò e lo abbandonò. Li abbandonò.
Tuttavia Sam non si arrese. Dormiva tre ore a notte e lavorava sette giorni su sette. Era stato costretto ad assumere un’ infermiera, ovviamente. La più economica che aveva trovato. La odiava. Trattava Leo con disprezzo e Leo ne soffriva. Un giorno gli aveva chiesto se gli piaceva la sua infermiera (non la chiamava mai per nome, era solo “la sua infermiera”). Il bimbo rispose con due battiti di ciglia. No. Gli chiese allora se voleva cambiarla. Un battito di ciglia. Poi il bimbo si mise a piangere, disperato. Sam intuì subito il motivo di tale angoscia e chiese al figlio se gli mancava la mamma. Un battito colmo di lacrime. Sam non voleva farsi vedere da Leo in lacrime, ma non resistette. Si accasciò sul torace del figlio e pianse a lungo. Quando rialzò lo sguardo, Leo lo stava fissando. Lesse nei suoi occhi un sentimento di forza devastante. Era gratitudine. Fu quello sguardo ad aiutare Sam, fu quello sguardo a dargli la forza per continuare. Quello sguardo diceva “Papà, so che non mi lascerai”.
 
Quello sguardo, ora, era solo un ricordo. Quello sguardo, insieme a chi lo aveva generato, era morto. Sei mesi dopo quella sera, sei mesi di calvario, sei mesi di inutili terapie, sei mesi di viva e rinnovata e coraggiosa disperazione, sei mesi dopo quella sera, Leo spirò. Morì quando Sam era a lavoro. Non potè nemmeno assistere suo figlio durante quei momenti. La sua infermiera era con lui. Ebbe la decenza di chiamare il medico, almeno, prima di andarsene anzitempo. Suo figlio era morto assieme a quella stronza. Suo figlio era morto e Sam non era lì con lui. Suo figlio era morto e lui non avrebbe mai più potuto guardare nei suoi occhi coraggiosi. Suo figlio era morto. Solo. Suo figlio era morto piangendo.
 
Non aveva idea di quanto tempo era passato da quando si accorse che non aveva più voglia di vivere. Potevano esser passati tre giorni, come trenta (in realtà ne erano passati trentatré). Non sentiva più la fame, il sonno, la sete. Si era licenziato da tutti i lavori. Nessuno lo aveva mai cercato e a lui andava bene così. Anzi, non gliene importava più niente. Nulla importava ora. A parte raggiungere Leo. Avrebbe percorso la via della Signora Incappucciata. Aveva già abbracciato il suo arbusto di rovi, aveva già donato le sue pupille al suo Grande Fiume. Fra non molto, sarebbe giunto dalla Nera Signora ed avrebbe riabbracciato suo figlio. Ed insieme a lui avrebbe trascorso l’eternità. Avrebbero giocato per sempre a rincorrersi e Leo non sarebbe mai inciampato e non avrebbe mai avuto alcuna maledetta malattia. Presto sarebbe avvenuto tutto ciò. Perché Sam aveva imboccato il sentiero della Morte.
 
 
FINE.

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