Full of nothing like this place, like the ocean in its grace...
Visione 13 – fineNon vi è gioia nell’oblio, né tristezza.Vi è solo molto silenzio, un silenzio morto ed immobile, denaturato, innaturale. Corpose stonature nella gamma cromatica umana. Nessun essere umano ha mai sentito il silenzio, mai percepito. Neppure un sordo dalla nascita. Il silenzio della mente, tuttavia, è reale e pertanto attuabile.Quando una mente si rifugia perennemente nell’oblio, essa è defunta.Sam aveva la barba lunga, incolta da molto tempo. Era accasciato al suolo, sbavando sul lercio pavimento. Aveva un divano, non si curava più di utilizzarlo. Aveva molte cose, tutte di fatto inutili. Aveva una tv, una cucina, un’enciclopedia multimediale, dodici sedie, sette quadri, un frigo ampio (vuoto), un mobile in mogano, un caminetto, una libreria, quattro letti (di cui due per gli ospiti), e molto altro ancora. Tuttavia non aveva più niente, poiché nulla più gli interessava. Niente. Soprattutto se stesso. L’apatia l’ aveva abbracciato tra i suoi scheletrici arti e lo stringeva a sé.Valutazione quantitativa del deperimento fisicoL'uomo ha bisogno come minimo approssimativamente di: 100 gr di glucidi, 1 gr/kg di proteine, 1 gr/kg di lipidi e 20 kCal/kg di energia al giorno (a sforzo fisico zero).Per un uomo virtuale di 70 kg corrisponde a una massa minima di 100 gr di glucidi, 70 gr di lipidi e 70 gr di proteine, complessivamente di una massa di 240 gr con un potenziale calorico di 1'300 kCal (media 5.46 kCal/gr). Ha bisogno ca. 70*20=1'400 kCal che corrisponde a ca. 260 gr di "massa secca" che perde al giorno perché suo corpo la metabolizza, ma non viene aggiunta. A un contenuto idrico di 70% corrisponde a ca. 860 gr di massa totale.
Mettiamo che l'uomo sempre virtuale abbia un'altezza corporea di 1.72 m, risulta un BMI iniziale di ca. 23.7 kg/m2.
Morirà al più tardi (per debolezza cardiaca o respiratoria) quando ha raggiunto un BMI di ca. 14 kg/m2, quindi a un peso di ca. 41 kg. Fa una differenza di ca. 29 kg. Ci metterà "virtualmente" allora al massimo 29 kg / 0.86 kg/dì = 48 giorni per morire. Ma probabilmente morirà prima (per disidratazione o iperidratazione o uricemia o un altro crollo metabolico dovuto al minerale o la vitamina casualmente più deficiente) secondo le condizioni dell'esperimento.Sam ricordava una fiaba che sua madre non gli aveva mai raccontato. Sua madre non aveva mai tempo. Perciò l’aveva letta da sé. Era una fiaba molto molto crudele. Piangeva ogniqualvolta la leggesse. Riteneva alquanto inappropriato che delle fiabe così venissero pubblicate. Tuttavia non mancava di provare una forte emozione, alla lettura di tal novella.Era un libro sulla mamma. Il racconto parlava di una madre che aveva appena avuto un bambino. In una spettrale notte d’inverno, con la neve battente, la Morte andò a far visita alla madre e al suo piccolo. La madre si accorse di tale visita troppo tardi: la Signora dal Nero Cappuccio era già fuggita ed aveva portato seco il figlioletto in fasce. La madre allora, disperata, cercò le tracce nella neve e riuscì a seguirle a lungo, noncurante del gelo che le irrigidiva le ossa. Incontrò un arbusto parlante di rovi, nudo d’ogni foglia, per via dell’inverno. La madre chiese informazioni sul transito di una nera figura insieme ad un bimbo in fasce. L’arbusto rispose che se voleva delle informazioni era necessario uno scambio. L’arbusto chiedeva il calore del suo sangue. La madre non esitò ed abbracciò l’arbusto, lasciandosi trafiggere in molti punti dalle spine del vegetale parlante. Il sangue, copiosamente, riscaldò l’arbusto. Esso le rivelò che la figura che andava cercando era lestamente fuggita verso il Nord. La madre, ancor sanguinante, corse in direzione della stella polare, ora nascosta dietro alle nubi pesanti. La storia proseguiva con altre prove affrontate dalla povera madre, una delle quali prevedeva che donasse gli occhi suoi al Grande Fiume ghiacciato. Ella, alla fine, trovò la Morte e poté riabbracciare il figlioletto defunto. Perché defunta a sua volta.Tuttavia l’immagine della madre che sanguinava cinta all’arbusto era la più forte ed infatti non abbandonò mai i ricordi di Sam. Aveva compreso appieno l’immensità dell’amore della madre, che aveva rinunciato alla sua stessa vita per raggiungere il suo amato figlio. Aveva scelto il sentiero della Morte.Uno scarafaggio zampettò lesto sulla guancia di Sam e l’uomo non si curò di allontanarlo. Sam stava ricordando.Il giorno del suo matrimonio con Anitha. Il secondo giorno più bello della sua vita. Tutta l’emozione di quei momenti lo colse come un’amante impetuosa, travolgendolo, colmandogli gli occhi di lacrime. Lei era meravigliosa, nel suo candido vestito, con il velo a coprirle i biondi riccioli e gli azzurri occhi colmi delle stesse lacrime d’emozione al Magnifico Sì, ripetuto in chiesa come quella notte indimenticabile in cui si giurarono amore eterno. Un sentimento sepolto nell’Oblio, ormai. Lei si era risposata. Oh, come mutano i sentimenti!Il giorno della nascita di Leo. Il giorno più bello della sua vita. Vedere questo fagottino urlante che si dimenava e che dava l’impressione (ovviamente immaginaria) di assomigliare sia al padre che alla madre. Vedere il sorriso esausto di Anitha mentre Leo faceva la sua prima poppata. Vedere Leo addormentarsi poco dopo al seno della madre. Abbracciare forte sua moglie che lo aveva reso così felice. Le era grato di ciò, anche ora, nella totale disperazione, e le sarebbe stato grato fino all’ultimo respiro. Non le dava colpa alcuna. Una disgrazia come la loro è difficile da affrontare per chiunque. Non la poteva biasimare nessuno. Tuttavia un rimasuglio di collera ancora aleggiava nel cuore di Sam. Ed andava bene così. Tutto andava bene. Nessuno aveva colpa. La colpa non era di nessuno. Ed era proprio questo, il muro insormontabile. Nessuno verso il quale riversare il suo odio, la sua rabbia, il suo rancore. Avere il sentore fortissimo di esser stato privato, derubato di una cosa meravigliosa, suo figlio, e non poter dire niente a nessuno. Picchiare un muro non serviva a niente. Picchiarsi nemmeno. Il dolore era insormontabile. Urlare, perché? Chi avrebbe udito? I morti sono morti. Perciò aveva deciso di seguire il sentiero della Nera Incappucciata. Aveva trovato già il suo arbusto infreddolito ed aveva già donato le sue pupille al suo grande fiume. Era quasi giunto a destinazione, ormai. Tra poco, avrebbe riabbracciato suo figlio. E lo avrebbe baciato per moltissimo tempo. Ed avrebbe pianto per molte ore, un pianto di gioia liberatrice.Suo figlio, all’età di cinque anni, manifestò i primi sintomi di distrofia muscolare. Essendo un’età alquanto tarda per l’insorgere della stessa, venne erroneamente diagnosticata come poliomelite e di conseguenza trattata come tale.Era un giorno soleggiato di novembre, era domenica. Sam e Leo giocavano a rincorrersi nel giardino, il gioco che il bimbo preferiva in assoluto perché vinceva sempre, contro quel lumacone del suo papà. Leo era magrolino e piccolo di statura, per la sua età. Era molto rapido nei movimenti e di carattere particolarmente attivo (se esiste un bambino che non lo è di natura). Stavano appunto giocando quando Leo inciampò in una radice del pino, al centro del giardino. Sam corse subito in direzione del figlio, notando con sollievo che stava ridendo. Aveva il volto tutto sporco di fango e la sensazione comica della situazione fece ridere anche Sam. Leo cominciò a rialzarsi, ma d’un tratto si fermò. Teneva il capo chino. Cominciò a chiamare il padre, rivelandogli che non riusciva più a tenere la testa dritta. Con una manina si sosteneva gattoni, con l’altra si reggeva la fronte. Già il panico stava avendo il sopravvento sul bimbo che scoppiò in un pianto disperato. Portarono immediatamente Leo all’ospedale.Un anno dopo, Leo respirava solo grazie ad una macchina. Non parlava più. Si esprimeva con il movimento degli occhi. Era completamente paralizzato. Veniva nutrito attraverso le flebo. Espelleva i suoi bisogni come un infante. Dovevano cambiarlo e lavarlo più volte al giorno. Dovevano medicargli le piaghe da decubito ogni giorno. Dovevano vegliare su di lui ogni secondo della loro vita.Era un giorno in cui Anitha stava pulendo il figlio, passando il cotone idrofilo imbevuto d’alcool sulla colonna vertebrale deforme di Leo, che la donna prese la sua decisione. Quando Sam ritornò a casa da lavoro, dal secondo lavoro che era costretto a svolgere per mantenere le cure del figlio, Anitha aveva già preparato le valigie. Gli disse che era sfinita, che non ce la faceva più. Gli disse che aveva appena trent’anni e non sarebbe resistita ancora. Disse che Leo la stava uccidendo. Disse tutto questo in lacrime, singhiozzando. Sam non disse niente. Non una parola. Gli chiese il motivo di questo silenzio. L’implorò di dire qualcosa, qualsiasi cosa. Sam non disse niente. Accarezzava il figlio addormentato. Anitha se ne andò e lo abbandonò. Li abbandonò.Tuttavia Sam non si arrese. Dormiva tre ore a notte e lavorava sette giorni su sette. Era stato costretto ad assumere un’ infermiera, ovviamente. La più economica che aveva trovato. La odiava. Trattava Leo con disprezzo e Leo ne soffriva. Un giorno gli aveva chiesto se gli piaceva la sua infermiera (non la chiamava mai per nome, era solo “la sua infermiera”). Il bimbo rispose con due battiti di ciglia. No. Gli chiese allora se voleva cambiarla. Un battito di ciglia. Poi il bimbo si mise a piangere, disperato. Sam intuì subito il motivo di tale angoscia e chiese al figlio se gli mancava la mamma. Un battito colmo di lacrime. Sam non voleva farsi vedere da Leo in lacrime, ma non resistette. Si accasciò sul torace del figlio e pianse a lungo. Quando rialzò lo sguardo, Leo lo stava fissando. Lesse nei suoi occhi un sentimento di forza devastante. Era gratitudine. Fu quello sguardo ad aiutare Sam, fu quello sguardo a dargli la forza per continuare. Quello sguardo diceva “Papà, so che non mi lascerai”.Quello sguardo, ora, era solo un ricordo. Quello sguardo, insieme a chi lo aveva generato, era morto. Sei mesi dopo quella sera, sei mesi di calvario, sei mesi di inutili terapie, sei mesi di viva e rinnovata e coraggiosa disperazione, sei mesi dopo quella sera, Leo spirò. Morì quando Sam era a lavoro. Non potè nemmeno assistere suo figlio durante quei momenti. La sua infermiera era con lui. Ebbe la decenza di chiamare il medico, almeno, prima di andarsene anzitempo. Suo figlio era morto assieme a quella stronza. Suo figlio era morto e Sam non era lì con lui. Suo figlio era morto e lui non avrebbe mai più potuto guardare nei suoi occhi coraggiosi. Suo figlio era morto. Solo. Suo figlio era morto piangendo.Non aveva idea di quanto tempo era passato da quando si accorse che non aveva più voglia di vivere. Potevano esser passati tre giorni, come trenta (in realtà ne erano passati trentatré). Non sentiva più la fame, il sonno, la sete. Si era licenziato da tutti i lavori. Nessuno lo aveva mai cercato e a lui andava bene così. Anzi, non gliene importava più niente. Nulla importava ora. A parte raggiungere Leo. Avrebbe percorso la via della Signora Incappucciata. Aveva già abbracciato il suo arbusto di rovi, aveva già donato le sue pupille al suo Grande Fiume. Fra non molto, sarebbe giunto dalla Nera Signora ed avrebbe riabbracciato suo figlio. Ed insieme a lui avrebbe trascorso l’eternità. Avrebbero giocato per sempre a rincorrersi e Leo non sarebbe mai inciampato e non avrebbe mai avuto alcuna maledetta malattia. Presto sarebbe avvenuto tutto ciò. Perché Sam aveva imboccato il sentiero della Morte.FINE.

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