_____0bnubiland_____

Full of nothing like this place, like the ocean in its grace...

VISIONE N° 19 : MEDEA
 
 
Il bimbolo stava facendo un gran baccano, lì fuori. Probabilmente aveva visto un fagiano, od un gatto mutante, o qualche fuoco fatuo precoce ed impaziente. Pronunciò ad alta voce degli aspri vocaboli in Lingua Antica e subito il canide si zittì. La Lingua Antica era di gran lunga più efficace per farsi ascoltare dai viventi di classe inferiore, quali gli animali e gli uomini. Medea lo sapeva. E Medea odiava la Lingua Eccelsa. Era a causa di essa che lei ora era esiliata dal suo mondo, dal Mondo Cardine. Perciò preferiva la Lingua Antica, quella parlata dai Druidi Viaggianti, ben prima che il primo Manni apparisse nel creato. Pochissimi ormai conoscevano la Lingua Antica, la più misteriosa e pericolosa fra le lingue morte.
Era seduta sullo sgabello in noce, rimirava il suo piccolo libricino. I capelli del colore del rame le ricadevano liberi sulle spalle, iniettati della luce solare del tardo pomeriggio della morente estate. Il suo sguardo si perdeva sempre, al cospetto del libricino. I morbidi lineamenti del suo viso apparivano ancor più tristi in quella prospettiva, le rosee guance le conferivano un’innocenza delicata e perduta, dissimulando la sua età. Da generazioni aveva smesso di invecchiare. Era imprigionata nella sua stessa bellezza giovanile. Le sue labbra sottili tradivano le sue origini nordiche di antichissimo etimo genetico, quando gli dei ancora gozzovigliavano tra i neo-mortali.
Un sigul pendeva dal suo esile collo, a lambire quasi la scura veste di nero pizzo orlata, veste fabbricata dai Tessitori Dissacrati, veste dai poteri sconosciuti e temuti. Le bianche spalle nude rifulgevano di quella luce pomeridiana, apparendo più fulve in tal colorazione. Una gamba, anch’essa nuda, faceva capolino dai neri drappeggi ed il piede scalzo si fermava non distante da un corposo libro impolverato. Le mani accarezzavano il libricino, le sue dita ne scandagliavano i risvolti ed i rilievi delle miniature, con delicatezza infinita. Fissava costantemente l’ultima pagina di quel libricino. In tale pagina vi era una parola perduta. Scritta in lingua Eccelsa. L’ultima parola che aveva pronunciato in tal regale idioma. L’unica parola che non avrebbe mai più pronunciato.
In effetti, l’impressione magna data da quello scenario generale, compresa la protagonista, era di delicata mestizia, di fragilità e di dolore. Dolore imprigionato nelle ossa. Dolore insinuato nei recessi della mente. Dolore dilagante nell’immensa vastità dell’inconscio. Dolore vivo e pensante, generatore dei mostri inumani e terribili che tormentavano da lustri i suoi sogni. Sogni che inevitabilmente portavano all’accadimento nefasto che l’aveva colpita, mutilata nell’animo, violentata nello spirito e gettata nel folle odio conseguente.
Era una strega. Forse la più terribile, poiché non agiva per perversione. I suoi intenti erano puri, sebbene di odio si trattasse. Non superbia, la superbia apparteneva ai deboli mortali; non accidia, il suo spirito di abnegazione era assai grande; non avarizia, ciò che aveva le era sempre sufficiente; non lussuria, la lussuria non faceva parte della sua natura; non gola, poiché di anime era sazia da tempo; non invidia, poiché non temeva rivali. Infine non l’ira, essa si era spenta molto molto tempo prima. Ecco quindi che il suo odio era definibile come puro. Fine a se stesso. Pertanto di una cotal orribile natura.
Il crepuscolo era giunto a compimento, era sfumato come da milioni di anni in una nuova notte. Si svegliò dal suo stato di semi-incoscienza al suono tondo dell’orologio a pendolo. Erano le kohd, l’ora delle streghe. L’ora in cui usciva a deturpare gli empi umani che l’avevano rinchiusa in tale stato di liquido odio. Entità disgustose e mediocri, vermi striscianti che sopravvivevano nella loro aberrante ed incessante ricerca del potere, melliflue e melense costipazioni mentali vomitate da qualche antro abnorme. Esseri vigliacchi, che colpivano nel sonno, che avvelenavano, che invidiavano la sua bellezza ed il suo potere, che temevano la sua bellezza ed il suo potere. Da tempo aveva perso la speranza di trovare uno di loro, uno solo, che non meritasse una morte atroce.
Era persa nei suoi pensieri, nuovamente. Per questo la colsero di sorpresa.
Un forte dolore al capo e poi buio.
Si risvegliò a causa di una frustata. Gridò di dolore e di sorpresa. Si guardò attorno, attonita ed atterrita, almeno nei primi istanti. Poi capì e la paura tramutò in odio. La stavano torturando. Quei porci l’avevano denudata. Quei porci dementi l’avevano denudata ed imprigionata, mani e piedi cinti da strettissime corde. Il silenzio permeava in quella stanza in pietra umida e muffosa, rotto solo dallo schiocco delle scudisciate e dalle grida a denti stretti della Strega. Le intimarono di confessare le sue affinità con il cornuto, di manifestarsi nella sua orrida vera natura, come sgualdrina del diavolo. Ebbene sì, di questo era accusata. Dal Sacerdote che aveva più donne di un re. Dal Consigliere che era più corrotto di un ministro delle imposte. Dalle Bercianti Fedifraghe che sopravvivevano di invidia e lussuria. Dai Benpensanti, che sostenevano il valore di un amico su quello di un monile, ma che per un monile avrebbero defraudato qualsiasi amico.
Pensava a tutto ciò, ora come allora, quando fu privata della sua bellezza interiore. Quando si votò alla stregoneria. Quando l’unico uomo che amava l’aveva gettata nelle braccia di infami così simili a quelli che ora tentavano nuovamente di strapparle le carni dalle ossa.
Stavano bruciando tutti i suoi libri, davanti ai suoi occhi. Le intimavano di confessare le sue empietà, di far uscire il maligno, di votarsi alla loro pura luce. Stavano bruciando tutti i suoi libri, e lei li guardava impassibile, sanguinante nel corpo ma non nell’anima. Finché vide il suo libricino che cominciava a prender fuoco. L’ira di un tempo si risvegliò. Il suo furore divenne inimmaginabile ed insostenibile. Emise un grido acutissimo, un grido di valchiria. Tutti i presenti si accasciarono a terra. Tutti i lumi ad olio esplosero ed il fuoco si propagò nei pavimenti legnosi del fabbricato. Medea pronunciò un vocabolo che non oso ripetere. Una moltitudine di topi apparve dalle ombre, avventandosi rabbiosa sulle corde che la imprigionavano e sbrindellandole in un nonnulla.
Era libera. Ed era furibonda. La delicatezza dei suoi lineamenti cedette il posto alle vene ingrossate del suo collo, al suo corpo pur sempre leggiadro ma martoriato da graffi sanguinanti e profonde escoriazioni. Una luce rossa pulsante le attorniava le sembianze. Un’ombra nera le velava la pelle. Ad un tratto la veste riapparve direttamente a lei indossata. Un esplosione muta e vermiglia invase la stanza.
I più stupidi e coraggiosi le si avventarono contro con forconi e falci. Impazzirono all’istante, incontrando gli occhi di Medea; i loro capelli mutarono dal colore naturale a bianchi candidi e successivamente a fulvi accesi. Poi bruciarono da dentro. Gli altri vennero avvolti dalla luce rossa nebbiosa e vennero risucchiati all’interno della stanza. Scivolavano, imprecavano, piangevano, supplicavano, affermavano le proprie colpe, si votavano al maligno, si votavano a qualche santo, talvolta passavano dall’uno all’altro ripetutamente. Lei ora rideva, rideva sguaiatamente, poiché li avrebbe uccisi tutti, dal primo all’ultimo, senza risparmiare nessuno, bambini compresi. I bambini sarebbero morti per un atto di pietà nei loro confronti. Ma sarebbero morti ugualmente.
I suoi occhi vennero catturati.
Il libricino.
Aperto sull’ultima pagina fumante.
Lo raccolse.
La sua ira si spense.
 
Pianse silenziosamente, come sempre. Le lacrime le rigarono il volto di cenere coperto.
Chiuse gli occhi e svanì con il vento.
 
Ora era nuovamente sola, come lo era stato in passato e come lo sarebbe stato forse ancora a lungo. Una leggera pioggia fresca cominciò a caderle sulle spalle nude, lavandole via il nero arso. I piedi nudi scivolavano dolcemente sull’erba fresca e bagnata. L’albero sulla collina la osservava immobile. Teneva in mano l’unica pagina salvata dalla vigliaccheria umana. L’ultima pagina del libricino che aveva scritto da bambina. L’ultima pagina del suo libro dei sogni.
 
Non pronuncerò qui tal parola. È la parola che meno merita al mondo di esser svilita. Una parola è solo fumo, ma ciò che quella parola rappresenta vive in ognuno di noi, anche in Medea. Ma i più sembrano aver la memoria corta, od offuscata.

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