_____0bnubiland_____

Full of nothing like this place, like the ocean in its grace...

VISIONE 7: LA NAVE E’ AFFONDATA
 
 
<<Vedo gE. Sono a distanza di sicurezza.>>
<<Identificalo.>>
<<Maschio, sui 30 anni. Capelli scuri, molto lunghi, lisci, cappotto nero che arriva fino alle caviglie, borsa da viaggio leggera. Barba scura e folta. Piercing sulla narice sinistra. È lui.>>
<< È lui. Lo scanner l’ha identificato. Procedi. Chiudo.>>
<<Chiudo.>>
Lo sguardo serio ed i lineamenti affilati e nobili della donna sembravano tradire la sua reale professionalità. Il vestito sobrio e poco vistoso l’avrebbe sicuramente fatta apparire a chiunque come una donna in carriera, magari una pubblicitaria o una responsabile delle risorse umane. Seguiva gE, alias “L’Uomo in Nero”, come l’aveva ribattezzato lei. Acquistò una rivista non eccessivamente a caso, nella fattispecie Vanity Fair. L’Uomo in Nero stava osservando il visore a cristalli liquidi, con un sorriso sulle labbra. Sembrava rimirare ogni singolo dettaglio, alla ricerca di qualcosa in particolare, qualcosa che non riusciva ad individuare. Entrò nel ristorante. Lei lo seguì.
Il manuale diceva di non avvicinarsi mai troppo all’obiettivo, mai lei i manuali li usava per accendere il caminetto, per metterla giù elegante. Dopo aver ordinato un cappuccino con brioche si piazzò esattamente al tavolo di fronte al suo. Lui aveva ordinato una brodaglia. Il sorriso dell’uomo non abbandonava mai il suo volto. Possibile che quel coglione fosse chi si diceva che fosse? Come poteva essere mai possibile? Logico, quelli come lui si nascondevano molto bene, indossavano maschere comuni ed un po’ eccentriche ma mai troppo evidenti. La loro natura era delicatissima.
La stava fissando, come lei si era aspettata. E perentoriamente lei gli fece un cenno irritato. Le chiese scusa con la mano. Fingendo di leggere la rivista, registrava ogni singolo movimento dell’uomo, ogni sguardo. Sguardi rapidi e sfuggevoli.
Si era messo ad ascoltare della musica, riusciva a percepirne i lievi suoni ad alte frequenze che filtrano sempre attraverso gli auricolari.
Guardava l’orologio, ogni tanto.
Dopo un tempo per lei indefinito (registrato poi dai suoi colleghi come 16 minuti e 33 secondi) e finito il caffè, l’Uomo in Nero si diresse verso i binari. Sembrava conoscere a perfezione il binario di partenza, dirigendosi direttamente nei pressi del convoglio. Sempre con tutta la cautela possibile, la donna si affrettò a seguirlo. L’uomo salì in carrozza. Il sensore luminoso posto sulla parte superiore dell’ingresso del treno indicò con un lampo blu che il biglietto era valido. Lo vide dirigersi verso il fondo del treno. Era una fortuna, per lei, avere un obiettivo di indole solitaria. Molti meno problemi. Vide l’Uomo in Nero entrare nel terz’ultimo scompartimento. Lei lo oltrepassò, lanciando una fugace occhiata all’interno del medesimo. Vuoto. Ottimo. Il corridoio era sgombro. Con il congegno specifico, applicò al visore di occupazione dei posti il raggio laser. La scritta luminosa del medesimo mutò da “1 OCCUPIED” a “FULL”. Il più era fatto.
Attese esattamente 30 minuti. Il convoglio viaggiava a piena velocità, ovvero a 337 km orari. Era il momento ideale. Verificò che lo scompartimento fosse ancora privo di esseri viventi, eccetto l’Uomo in Nero. Ancora nessuno. Nessuno nel corridoio. Oggi era davvero fortunata.
Entrò nello scompartimento. gE alzò lo sguardo.
<<Buongiorno, Uomo in Nero.>>
La donna estrasse con la sua fluida fulmineità la nuova pistola d’ordinanza, quella completamente in plastica, quella invisibile ai sensori.
Gli piantò una pallottola in mezzo agli occhi, silenziosamente.
Silenziosamente si defilò, senza lasciare traccia o ricordo. Da manuale.

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