Full of nothing like this place, like the ocean in its grace...
VISIONE 6: LA NAVE E’ SALPATA<<…sono io, all’apice del mio masochismo>><<Bill… è tua fi…>> BANG!Quella scena non abbandonerà mai i miei ricordi. Come non abbandonerà mai i miei ricordi l’inizio della prima poesia che imparai a memoria in prima elementare: <<Rotea oscilla scintilla la foglia danzando strisciando sognando. L’accoglie la terra l’incalza il vento rimbalza s’innalza…>>Ci si guarda indietro, quando si ha paura di ciò che si ha davanti. E come citò una mia cara amica <<Il sentimento più profondo dell’uomo è la paura e la paura più grande è quella dell’ignoto>> (Lovecraft mi perdoni se non sono le parole esatte).Sono a Vienna, nella stazione ferroviaria. Come l’ultima volta in cui ci sono stato, ben 8 anni fa, con la scuola, in direzione di Praga, mi reco al ristorante non lontano dai binari. Lì facevano un’ottima Gulasch-suppe. Nutro fortissimi dubbi che la gestione sia la stessa di allora, in realtà queste cose funzionano ad appalti. Mi stupirei del contrario. Mi ricordo che c’era una sagoma di cartone di un buffo chef italianeggiante che reggeva il menù del giorno. Il classico Mario il pizzaiolo col baffo nero. Ma forse la memoria mi fa cilecca, come al solito. Più probabile che fosse un biondo bavarese (col baffo biondo) rappresentato sulla sagoma di cartone. Sagoma comunque sostituita da un freddo visore a cristalli liquidi. Forse ancor più freddo dei nuovi visori olografici. Le piante a foglia lunga e stretta ci sono ancora, nel senso che forse non è un falso ricordo che ci fossero allora. O forse sono false le piante.Mi son messo il mio vecchio cappotto, quello per il quale mi facevano arrabbiare chiamandomi Matrix o Neo… l’aria è più viva del solito, ma credo lo sia sempre quando stai per compiere un grande passo. Tra un po’ arriverà il treno che mi porterà direttamente a Dover. Vedrò finalmente la mia casa sulla scogliera, quella che ho sempre sognato. Vedrò il mio salotto in tipico stile inglese, con i miei libri di Poe e di King ordinati per pubblicazione sulla mia libreria in tek, vedrò la mia poltrona davanti al mio caminetto, ed immaginerò mia moglie che mi aspetta in vestaglia, o, perché no, con qualcosa di più intrigante. Vedrò l’altalena per il mio Jimmy e la stanzetta per gli esperimenti della mia Ada. La culla del terzo figlio (sceglieremo il nome a tempo debito). Il ripostiglio. La porta sul retro.Lascio tutti i miei amici per realizzare il mio sogno, o meglio, uno dei tanti. Lascio tutti i parenti. Un taglio netto con il passato. Ed ho il magone, come al solito. Come quando le ho chiesto di sposarmi, proprio perché ero quasi sicuro di ottenere un “no” e rischiare di rovinare tutto.Io ed i miei amici resteremo ancora in contatto, ma non sarà mai più come prima. Lo so per esperienza. Si comincia con il sentirsi spesso, poi ogni tanto, poi raramente e poi per gli auguri rituali. Poi non ci si sente più. I sentimenti sbiadiscono, fino a diventare qualcosa di molto simile ad un cimelio.La gulasch-suppe, per fortuna, è ancora buona. Il pane un po’ meno, ma faccio finta di niente. Il sugo è gustoso e conferisce al povero panino dei connotati più sopportabili. Ho stranamente ordinato del vino bianco, un’improprietà con la carne rossa; ma oggi mi andava di farlo, e quindi che importa? Guardo l’ora sul display del visore. Mancano ancora 45 minuti.Una donna si siede sul tavolino di fronte al mio. Lo sguardo serio ed i lineamenti affilati e nobili mi ricordano qualcuno, un’altra donna del passato. Ci penso un po’ su ma non mi viene in mente. La fisso un po’ troppo, ed infatti lei mi chiede, con un cenno garbatamente irritato, quale sia l’origine delle mie intenzioni. Le invio un pardon con la mano.Mi vien voglia di ascoltare Tori Amos. Poi mi ricordo di essermi dimenticato di caricare le canzoni ed impreco. Poi mi ricordo che mi è andata bene, ho Norah Jones e Nikka Costa, cosa chiedere di meglio? Attivo gli auricolari e per un quarto d’ora di shuffle mi lascio accarezzare dalla dolcissima carezza di Norah e dall’intensa e sofferta tonalità di Nikka.La donna di fronte sta leggendo Vanity Fair. Centellina il suo cappuccino. Sbocconcella la sua brioche, ogni tanto. Sto ancora tentando di capire chi sia, ma non mi vien proprio in mente. Mi rassegno. D’altronde non credo proprio nella possibilità di conoscerla mai. Non ne ho l’interesse. Quindi perché corrucciarmi?Finita la brodaglia che i germanici si ostinano a chiamare caffè, mi dirigo verso l’esterno del ristorantino. Il sensore all’uscita mi informa con il suo solito bip che l’importo del mio pranzo è stato scalato dalla mia carta di credito. Un omone alquanto trafelato con due abnormi valigie corre all’impazzata e per poco non mi investe. Si gira probabilmente per scusarsi in un idioma a me alieno, forse polacco o qualche altra lingua dell’est. Nel compiere questo sforzo di cortesia rischia di investire la valigia di un altro viandante, ma quest’ultimo fa in tempo ad accorgersi dell’omone e si ferma per farlo caracollare da qualche altra parte. Rido divertito.Il treno è arrivato. Ci siamo. La prossima fermata sarà Dover. Vedo la linea a proiettile del convoglio di testa, le sue carrozze grigie, la carrozza-ristorante gialla, il capostazione che si dirige verso all’addetto appena sceso, le persone che aspettavano di partire cingere le proprie valigie, molti volti ignoti con una parte del Lungo Cammino da condividere. Vedo tutto questo, e respiro a pieni polmoni quest’aria fresca e allo stesso tempo acidula. L’aria di Vienna mi fa sempre un certo effetto.Un nuovo capitolo sta per essere scritto, a partire dalla sua prima lettera, ed io mi ricordo, mi ricordo di tutte le singole lettere e di nessuna in particolare, in serena attesa delle lettere che verranno.

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