_____0bnubiland_____

Full of nothing like this place, like the ocean in its grace...

VISIONE 5: UN BEL PANORAMA
 
 
Giunse alla verità: era completamente isolato. Ovvero morto. Non vi erano vie d’uscita alternative, nessuna, nemmeno la più improbabile. Ed era solo, visto che aveva appena finito di lavorare, qualche attimo prima del boato.
Nessuno sarebbe arrivato in suo soccorso: e come sarebbe stato mai possibile? Egli ufficialmente non esisteva. Egli lavorava in perfetta solitudine. Era uno dei Raminghi, un Senza Nome, uno dei Bimbi Sperduti. Era stato un bimbo cattivo, molto cattivo, e molto aveva fatto per meritarsi tale fine. Tuttavia la meritocrazia, quando si parla di morte, va a farsi fottere.
Beh, a dirla tutta, mai avrebbe sperato di ottenere una morte così dolce, nemmeno nei suoi più rosei sogni. A pochi in realtà è concesso di poter scegliere la morte preferita. Lui era uno di quelli: l’idea di rompere il vetro con una sedia e lasciar cadere il suo pre-cadavere per quel centinaio o poco più di metri che lo separavano da Ground Zero si stava insinuando insistentemente nei suoi pensieri.
C’erano grida, un sacco di grida: “Oh my God!!” di qua, “…gonna die!!” di là, “I don’t wanna die” a destra e brusio indefinibile a destra, calpestii, vetri infranti, tonfi cupi, panico, panico ed ancora panico. E panico ogni tanto. Li capiva, quei molluschi: il panico (degli altri) era uno dei suoi più grandi alleati. Restavano lì buoni buoni, attanagliati dal panico. Qualcuno se la faceva sotto, ma pazienza, effetti collaterali. Ora però il panico (degli altri) gli stava dando molto fastidio, gli impediva di concentrarsi a fondo. Non poteva non esserci altra soluzione. Si era trovato spesso in situazioni a rischio.
Ricapitolando: ascensori bloccati, scale crollate, fuoco sulle macerie, fumo nei condotti d’aerazione, finestre a centinaia di metri d’altezza. Unica soluzione: dirigersi in cima al grattacielo. Usando le scale? No, assolutamente. Le scale erano invase di schizzati terrorizzati, avrebbe solo perso indispensabile tempo nella grande ressa.
Sebbene al momento fosse l’ultimo dei suoi pensieri, gli stuzzicava l’idea di fare ipotesi sulla causa dell’accaduto: un attentato, quella era la più plausibile. Magari un qualche suo collega meno elegante di lui aveva usato l’odiosissimo plastico per eliminare qualche agenzia fittizia del commercio della droga. Far saltare uno dei grattacieli più famosi al mondo per una questione di droga? Assurdo. No. Un incidente? Probabile, anche se i controlli erano assai frequenti. La C.I.A. che aveva bisogno di un po’ di casino? Chissà. Qualunque fosse stata la ragione, lui si trovava in quel merdaio. E pensare alle cause ipotetiche del disastro non sarebbe servito a nulla.
Perciò uscì dall’ufficio, lasciandosi dietro i cadaveri che probabilmente non sarebbero mai stati trovati. Avendolo saputo prima, sarebbe stato un enorme vantaggio tutto quel trambusto: avrebbe effettuato il lavoro in tutta tranquillità senza doversi preoccupare assolutamente dei corpi e di conseguenza sarebbe riuscito a svignarsela con estrema facilità. Una fortuna.
Quel corridoio era sgombro, il linoleum lucido, le piante ornamentali ai lati, la luce artificiale fredda come sempre, le porte quasi tutte spalancate (ad eccezione di quelle con la scritta MAINTENANCE). Camminava velocemente, ma senza irruenza. Lanciava occhiate guardinghe all’interno degli uffici, quasi completamente vuoti e sconquassati. Dentro uno c’era una donna, con il suo tailleur pastello, che stava evidentemente valutando se spararsi in bocca oppure lanciarsi nel vuoto (come avrebbe fatto lui). Spararsi in bocca non era da lui. La sua sputafuoco serviva per gli altri, non per lui. Sarebbe stato un controsenso.
Raggiunse gli ascensori. Come valutato in precedenza, erano bloccati. Ciò non rappresentava un problema: sarebbe salito aggrappandosi al cavo d’acciaio che sosteneva la cabina. L’importante era trovare un ascensore che si era fermato ai piani inferiori: in caso contrario, oltre alla fittissima coltre di fumo che si sarebbe elevata a lui, il passaggio sarebbe stato bloccato dalla cabina stessa, e le cabine si aprono solo dal soffitto. Scelse l’ascensore centrale, poiché, come dicevano i saggi, la verità sta nel giusto mezzo. Riuscì ad aprire con non poca fatica le porte metalliche del condotto, riscontrando però che i saggi non erano tali per niente: la cabina era tre o quattro piani al di sotto del suo. Tuttavia il fumo era più denso del previsto; si tolse giacca e camicia, arrotolò quest’ultima a mo’ di bandana e la imbevette dell’acqua dell’ampolla posta di fronte a lui; infine se la legò intorno alla bocca. Poteva procedere.
La salita fu molto difficoltosa, anche a causa del grasso lubrificante dei cavi. Raggiunse l’ultimo piano all’incirca dopo 25 minuti di arrampicata. Con un volteggio riuscì ad aggrapparsi alla piccola sporgenza in corrispondenza alla porta metallica. Per un nonnulla riuscì a non cadere. Con ulteriori ed evidenti sforzi, aprì la porta il minimo indispensabile per passare. L’atrio che gli si presentò dinnanzi era, seppur completamente diverso dal corridoio dal quale era iniziata la scalata, intriso della medesima desolazione. Si diresse verso la porta con la scritta UPSTAIRS, sempre con la calma sua peculiare. Salì le scale che lo dividevano dal soffitto. Aprì l’ultima porta e lì si gelò. Fumo nerissimo. Ovunque. Tossendo fino a sanguinare, raggiunse il cornicione. A nord, l’altra torre era devastata. La visuale era ridottissima. Sembrava una cascata al contrario, una cascata di petrolio.
 
Un altro boato fortissimo ed il pavimento sotto i suoi piedi cominciò dapprima a tremare, poi a staccarsi quasi da lui. Gli sovvenne la verità. Non voleva morire soffocato né tantomeno sfracellato. Si tolse la camicia dalla bocca e si lanciò nel vuoto.
 
Dopotutto, stava volando sopra New York. Respirò a pieni polmoni, si sentì Icaro, veramente. I paracadutisti, per definizione, avevano il paracadute.
 
Lui, dispensore di morte, portò finalmente a termine l’ultimo suo lavoro, per la persona che più gli stava a cuore.

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