Full of nothing like this place, like the ocean in its grace...
VISIONE 2 : WASTELAND
Brulicavano i vermi sotto le suole delle mie logore scarpe, vermi sazi di carne marcia ed ebbri dell'odore acre e malato dell'erba secca, intrisa di fumo. Una cornacchia si sollazzava nel cielo, imprecando le sue stridulità incomprensibili, forse gioiosa per tanto ben di Dio: così tante pupille, così tante viscere, che banchetto prelibato!
Una gru arrugginita e dimenticata e priva di funzione stazionava sghemba in attesa di qualche avvenimento. Di qualsiasi avvenimento. Disperatamente priva di alcun significato.
Il sole amico degli uomini riconosceva la mia disumanità e pertanto, con le sue irradiazioni, surriscaldava la mia pelle già provata dai molti sforzi, facendomi sudare quelle poche goccie che ancora componevano la mia epidermide. Il sale sulla mia fronte mi colava tra le ciglia: vista distorta, bruciore. Le ciocche scomposte che un tempo popolavano la mia capigliatura restavano appiccicate alla mia schiena, ma, noncurante, non le discostavo. Ormai la stanchezza era solo un ricordo, un ricordo di quando ero un essere umano. Pertanto un ricordo doloroso, ed accantonabile, e quindi accantonato all'istante.
Le salme si estendevano fin dove il sudore mi concedeva di prender atto, la nausea del fetore immondo ormai mi causava al massimo solo qualche sporadico conato, ormai le sostanze nutritizie si erano dissipate, ero in riserva energetica, traevo nutrimento dalle mie stesse carni.
Ogni tanto incrociavo un soldato non ancora morto. Lo stupore mi colse in uno di quegli incontri nefasti. Costui mi chiamò in una lingua a me aliena, quella del nemico. Chi sia il nemico, tra l'altro, devo ancora capirlo.
Mi voltai instintivamente con l'arma spianata, la mia vecchia Ruger del 2008, obsoleta (quanto la mia vita) ma pur sempre funzionale (quanto la mia morte). Riabbassai lentamente l'arma. Era una donna, dall'età indefinita, di vent'anni forse, ma più probabilmente di centovent'anni. Mi chiamò di nuovo. Mi avvicinai. Non fu la sua gamba gettata a tre metri da lei a farmi ribrezzo, nè la follia pura incastonata nei suoi occhi come il diamante più prezioso del mondo e nemmeno lo squarcio assurdo nel suo ventre. Fu il bimbo. Fu il feto. Fu suo figlio. Era suo figlio che lei stava mangiando.
Mi sparò e probabilmente mi mangiò, ma questo non ve lo so dire con esattezza, poichè nella guerra una sola certezza è indiscutibile: la fine della guerra non è la pace, bensì la morte.

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