Full of nothing like this place, like the ocean in its grace...
VISIONE 0: Incompiuta
PRELUDIO: IL TEMPO, OVVERO IL COMPLICE“Cosa intendi farne della tua vita?”.“A dire il vero, ho mal di pancia” rispose T. al suo interlocutore.-1-Era un’anonima giornata di novembre, con l’aria madida di pioggia finissima. Cristina camminava velocemente in direzione del supermercato, in evidente stato d’agitazione dovuto al notevole quantitativo di faccende incompiute che ancora l’attendevano. Indossava un tailleur grigio e delle scarpe nere munite di tacchi discretamente alti; una borsetta a tracolla le pendeva dalla spalla; oltre al Chanel n° 5 non indossava altro, esteriormente. Un lieve e maligno venticello diffondeva brividi ai pochi umani rimasti ad intralciargli il cammino, ricordando loro che ormai l’estate era ormai ridotta ad un anacronistico ricordo.Un’anziana signora passò di fianco alla giovane, porgendole un sorriso educato; quest’ultima contraccambiò, anche se, a dire il vero, non ricordava d’averla mai vista. A causa del suo lavoro, i volti diventavano tutti uguali. Probabilmente quella signora era stata una cliente, un tempo …‘Buongiorno, signora Boh’ pensò Cristina prima di varcare l’ingresso del supermercato ed estrarre la lista della spesa.“Ciao Cri, come va?” le chiese una commessa.“Così-così, e tu?”,“Bene, grazie…Che tempo del cavolo, eh?”,“Eh già… Ci si vede, Marta”, “Ciao”.Marta era di due anni più giovane di lei e aveva frequentato lo stesso corso di autodifesa, l’anno precedente. Non erano proprio amiche, ma si vedevano reciprocamente di buon occhio. Cristina avanzò in direzione del banco dei surgelati e, raggiuntolo, afferrò tre confezioni di bastoncini di pesce e due di petti di pollo. Le pareti a specchio del banco le restituirono un’immagine di se stessa alquanto singolare; la giovane, infatti, stava letteralmente esplodendo dal caldo, sebbene la temperatura dell’ambiente circostante fosse tutt’altro che alta; controllò la lista della spesa, alla ricerca di altri surgelati da acquistare. Proprio nel momento in cui distolse lo sguardo dalla specchiera, una sagoma le si avvicinò rapidamente fermandosi alle sue spalle, senza far alcun rumore.“Ah, sei tu...” disse Cristina.“Che entusiasmo prorompente!” esclamò ridacchiando l’uomo dalla sagoma furtiva.“Un giorno o l’altro ti prorompo io, vedrai…” ribatté la giovane.“Se è per questo mi hai già prorotto qualche decina di volte, e confesso che non vedo l’ora che tu lo rifaccia”.“Scemo…”.“Ma come mai sei ancora qui?”.“Ho fatto tardi a lavoro; e poi non mi seccare, che sono già abbastanza presa”.“Scusa, scusa. Scherzi a parte, vuoi che ti aiuti?”.“Non importa…Ci vediamo dopo”.“Come vuoi…” concluse rassegnato Paolo; fece per andarsene, ma Cristina, afferratolo per il colletto della camicia, gli stampo un sonoro bacio sulle labbra. I due si salutarono sorridenti e le loro strade si divisero per non incontrarsi mai più.-2-“La tua ragazza sta per morire” profetizzò il killer di bianco vestito. Paolo osservò l’orologio. “Porca troia che tardi!!!” esclamò. Spense il televisore, rinunciando così al suo telefilm preferito. Afferrò le chiavi della BMW e si diresse verso l’atrio. La giacca blu che soleva indossare pendeva stancamente dall’appendiabiti. Sembrava fosse svenuta mentre stava pregando un qualche dio dimenticato, o che qualcuno o qualcosa l’avesse congelata in un sonno mortale.Il giovane padrone dell’indumento penitente si vestì del medesimo e aprì-chiuse l’uscio domestico. Scese le scale di gran fretta fino a raggiungere l’ingresso del condominio; lì s’imbatté in Giancarlo, il portiere.“Hai preso tre gol domenica, eh?” lo canzonò Paolo.“Sì, ma noi abbiamo vinto e voi no…” rispose il collega di sport.“Sì, ma noi siamo primi a dieci punti e voi rischiate la retrocessione!”.Dopo questo simpatico scambio d’innocenti ed infantili malignità, i due si accomiatarono con una pacca sulla spalla.Una volta salito in macchina, Paolo inserì la testina dell’autoradio e sintonizzò quest’ultima sulla sua frequenza preferita. Il DJ informò i radioascoltatori che l’Hit Parade della settimana era ormai percorsa completamente e che al primo posto c’era una new-entry. Paolo mise in moto il veicolo ed imboccò la rampa che univa il seminterrato al vicolo di raccordo con la strada principale. Il traffico era modesto e perciò non incontrò notevoli difficoltà nell’immettersi nel flusso veicolare. Oltrepassò due semafori verdi, ma al terzo fu costretto a fermarsi. Liam Gallagher cantava con quel suo timbro particolare, mentre Paolo, il quale intonava, o meglio stonava, il ritornello di “Hindu Times”, gli faceva da spalla improvvisata. Sentì in lontananza il triste suono della sirena di un’autoambulanza, o di quella dei pompieri (non riusciva mai a ricordarsi la differenza sonora tra le due); poi tale suono si impose sugli Oasis: l’autoambulanza, infatti, gli sfrecciò innanzi, un attimo prima della comparsa del verde nella calotta semaforica. Il giovane rimase quasi ipnotizzato da quel rapido e deprimente transito, finché l’automobilista che lo susseguiva gli ricordò con un richiamo acustico prolungato che non si trovava in un parcheggio. Paolo risposte ad alta voce con un’imprecazione, quasi volesse farsi sentire dal rompipalle di dietro. Innestò la prima e diede gas con decisione, facendo gridare d’ira i pneumatici. All’incrocio successivo, svoltò a sinistra. Il rompipalle, intanto, era scomparso dallo specchietto retrovisore. Meno male. Anzi, chi se ne frega. Lanciò un’occhiata al display dell’ora e, constatando il suo stato di ritardo cronico, decise di aumentare la velocità di guida, ignaro che quella decisione avrebbe segnato indelebilmente la sua vita terrena e forse anche quella ultraterrena.Infatti, non molto più avanti, un’agente piuttosto affascinante ma altrettanto inopportuna espose la classica paletta rossa che ti faceva pentire di non essere nato qualche ora prima, o dopo; l’importante era la sincronia degli eventi. Quelli dannosi, tra l’altro, sono sempre stati i più puntuali e beffardi.“Fornisca patente e libretto, per cortesia”. Era veramente una donna da schianto, ma in quel momento Paolo avrebbe potuto farle sessualmente male, non so se mi spiego. Borbottò qualcosa all’agente, mentre un’altra uniforme gli si avvicinò.“Faceva gli 80, caro giovanotto. Sono sicuro che lei sa che gli 80 sono superiori di 30 km/h alla velocità consentita dalla legge” incominciò il nuovo arrivato.‘Questo qui è sicuramente la più grande testa di cazzo che abbia mai visto’ pensò cupo Paolo. “Lo so, agente, ma ero in ritardo e lo sa come sono le donne a proposito” rispose lanciando uno sguardo furtivo alla bambolona.“Ma lei lo sa che a quella velocità potrebbe aver ammazzato qualcuno? Basta che un bimbo si dimentichi di guardare e la frittata è servita! E lo sa che a 50 all’ora ci vogliono 25 metri per fermarsi?!” ribattè l’antipatico poliziotto.‘…ed è anche frocio!’ pensò l’imputato, facendo emergere un lieve sorriso ma mantenendosi comunque in silenzio.“Vediamo se anche questa multina la farà ridere così tanto!”.‘Mammina, hai visto il mio maglioncino rosa pastellino che devo andare a trovare il mio Carluccio questa serina?’.L’agente burbero continuò ad ammonire Paolo per altri tre o quattro minuti, solo che a Paolo quei pochi minuti sembravano ere geologiche, anche considerando il fatto che ormai l’orario dell’appuntamento era trascorso da un bel pezzo. Finalmente, l’agente si stancò di raccontargli tutti gli incidenti che aveva visto nella sua strabiliante carriera, concludendo la sua patetica ramanzina con un altrettanto patetico “…e la prossima volta moderi la velocità”. Paolo ringraziò chi di dovere per aver fatto cessare tale tortura e salì nuovamente in macchina. Non potè rinunciare a seguire con lo sguardo le forme pericolose dell’agente con la paletta, né riuscì ad evitare di inveire ripetutamente contro il Corpo di Polizia in generale.Resistendo alla tentazione di sgommare, Paolo proseguì in direzione della casa di Cristina. Stava già pensando a che scusa inventare, visto che, solo la settimana prima, per giustificare un ritardo, le aveva riferito di essere stato fermato dai Carabinieri. Allora l’aveva bevuta a stento; questa volta non l’avrebbe bevuta, pur trattandosi della verità.“Nessuno mi può giudicare nemmeno tuuuuuu” canticchiò Paolo, ormai rasserenato-rassegnato.Un altro semaforo e poi sarebbe giunto a destinazione. Così fu, infatti. Il condominio lo osservava con i suoi molti occhi e la sua bocca citofonata era pronta ad accoglierlo. Parcheggiò in uno dei molti spazi liberi e scese dalla vettura. Azionò la chiusura della stessa tramite l’apposito telecomando, incorporato nella chiave d’accensione. Paolo, arrivato alla bocca-porta ed individuato il campanello dell’appartamento della sua fidanzata, azionò il medesimo.Si sentì la solita piacevole melodia (Cristina odiava il gracchiare dei campanelli “standard”).Il giovane attese il ripetuto ronzio dell’apertura elettrica. Quasi credette di sentirlo. Immaginò di udire i passi di Cristina. Forse, da un momento all’altro, Cristina avrebbe chiesto chi fosse, magari per un guasto alla telecamera a circuito chiuso che rendeva solitamente inutile tale operazione.Solo silenzio. Suonò ancora una volta. Attese nuovamente la serie abituale degli eventi. Non era certo una persona che pensava sempre al peggio, lui.‘Sarà ancora sotto la doccia, magari non ero l’unico in ritardo. No, non è da lei. Cazzo, sarà infuriata e non vuole aprire!’. Al che, consultò l’orologio. Mezz’ora. Non era un ritardo da poco, ma nemmeno tale da fare una scenata…Premette il campanello nuovamente, ottenendo sempre gli stessi esiti.Decise di scendere in garage per controllare la presenza della Polo a lui tanto familiare. Percorse la rampa di discesa frettolosamente e raggiunse il vasto sotterraneo. Nessuna Polo rossa. Per un attimo pensò che fosse andata a cercarlo, quando intravide ciò che cercava attraverso le feritoie del box auto. Non era andata via, o perlomeno non in macchina. Cominciò a preoccuparsi.Paolo estrasse il cellulare dalla tasca e chiamò Cristina al numero di casa. Ovviamente lì sotto non c’era segnale; imprecò e corse all’esterno. Ritentò. Il telefono squillò; lo si sentì anche dall’esterno. Però nessuna voce, solo i lunghi “Tuuuuu-Tuuuuu”. Provò allora a chiamarla sul cellulare. ‘Forse è uscita a piedi o in bicicletta o con un phon a vapore o con un vibratore infilato nel culo ma perché cazzo non risponde dove stracazzo è andata porco mondo infame!!!’.Ripose il telefonino nella tasca e si diresse ancora presso il citofono. Fece pressione sull’interruttore dall’epiteto “Fam. Radetti”.“Ciao, Paolo!” rispose il piccolo Thomas. La telecamera a circuito chiuso funzionava.“Ciao Thomas, perfavore mi puoi aprire?” rispose Paolo.“Perché la Cristina non ti apre ?”.“Non lo so. Apri, per favore…” rispose in tono seccato.“Ok”.Questa volta il ronzio si sentì e la serratura si sbloccò, permettendogli di varcare la soglia della porta-bocca. Paolo percorse i denti in gran fretta, senza attendere l’ascensore. Non si fidava più molto dell’impianto elettrico dello stabile, come per una sorta di superstizione moderna. Giunse. Bussò, ma dall’unica porta che si aprì spuntò Thomas.“Non apre?”, “No”. Bussò con molta più energia, invocando il nome della giovane. Le spiegò il motivo del ritardo, la pregò, tacque. Pensò e smise.Decise di non attendere oltre e cominciò a sfondare la porta. O perlomeno tentò, in quanto essa era molto robusta ed opponeva notevole resistenza.Chiese a Thomas se avevano un’ascia o qualcosa di simile. Fecero irruzione nell’appartamento.-3-Paolo continuò a chiamare Cristina senza ottenere risposta. Nel soggiorno, nulla era fuori posto: i cuscini giacevano sul divano, la coperta sulla poltrona, i soprammobili sopra i mobili, la tv dove era sempre stata. Andò in cucina; osservò il lavabo: niente di strano, pulito come al solito. Le sedie aspettavano qualcuno da servire, il microonde qualcosa da cuocere; le posate erano dove si pensava dovessero essere, come anche tutto il resto dell’ambiente. L’ordine regnava sovrano, tranne per un particolare: c’era ancora la borsa con la spesa sul tavolo. Ciò turbò ulteriormente Paolo, in quanto erano passate delle ore da quando si erano incontrati al supermercato e le compere non erano ancora state stipate negli scaffali. Non era certo da lei. Mancavano da perlustrare il bagno e la camera da letto, ma ad un tratto un urlo terrificante trafisse l’aria: era Thomas.Paolo si precipitò in direzione del grido, ovvero verso la camera da letto; raggiunse la stanza e si spaventò alla vista del piccolo svenuto per terra. Paolo non aveva notato, altrimenti avrebbe capito la causa del mancamento. I suoi occhi avevano già visto, ma il suo cervello aveva di certo interpretato quelle immagini come erronee e le aveva di conseguenza scartate immediatamente. Si chinò sul ragazzino per risvegliarlo.“Cosa c’è?! Ti senti male? Svegliati! Ma cosa…”. Alzò lo sguardo e constatò. Rise, vomitò ed impazzì.Sul letto giaceva il cadavere di Cristina, e l’orrore che quell’immagine scaturiva era insopportabile. Era completamente nuda, con polsi e caviglie stretti a corde ancorate agli angoli dell’antico giaciglio. Le piante dei piedi erano gremite di aghi da cucire, conficcati fino a metà della loro lunghezza; e le gambe erano state martoriate con delle forbici ancora infisse in una coscia, o meglio, in ciò che ne restava; e accanto al letto vi era una sedia di legno privata di una delle quattro spesse gambe: tale parte mancante era stata usata per ferire la ragazza nella sua parte più delicata, e questo strumento di violenza le era ancora inculcato nel ventre, in un oceano di sangue. Il pezzo di legno era stato usato dall’estremità superiore, quella dentata dalla frattura della sedia. E i seni di Cristina erano stati percossi violentemente ed erano ora neri di ematomi; i capezzoli erano stati strappati via a morsi ed al loro posto ancora aghi da cucire. E sotto il mento, una corda stretta abbastanza da non far gridare, ma non tanto da soffocare. E gli occhi, privi di anima, languidi, anch’essi uccisi. Due aghi trafitti a testimonianza della loro morte, adulteri pinnacoli senza stendardi. Ed il cadavere di Cristina sorrideva.Al suolo, solo sangue disperso giaceva. Non un’impronta del Malvagio, non un segno. Invisibile, come la Morte; senza nome, come la Disperazione. Unico suo residuo, un Vento gelido d’oltretomba, violaceo di tristezza, stanco, insensatamente perverso: solo esso lì regnava.E nulla più.VITE-1-Cristiano, quella mattina, si svegliò di ottimo umore: aveva fatto uno di quei sogni che è un vero peccato dimenticare, quelli con una o più donne nude letteralmente possedute dal desiderio di strusciartisi contro. Quelli in cui l’attrito diventa fonte di piacere, quelli irrealizzabili, insomma. In verità, Cristiano non era per niente sicuro di voler avere un’esperienza simile; era già abbastanza indaffarato con una ragazza, figuriamoci due o tre... Si vestì con calma e si diresse in bagno per la toilette quotidiana; poi scese in cucina e si preparò la solita colazione: cereali in abbondanza annaffiati di latte appena uscito dal frigo. L’ideale per la mattina di un probabile giorno di fuoco, con i suoi trentotto gradi all’ombra al trecentottanta percento di umidità.“Cristiano, dovresti farmi un favore...”“Buongiorno mamma! Come stai?” rispose il giovane.“Siccome papà non può e io nemmeno, devi andare all’INPS per ritirare il bollettino di ricevuta di malattia del babbo e poi portare il certificato medico alla segreteria giù alla fabbrica”. Marianna, la mamma che impenna (come solevano chiamarla i suoi marmocchi per il suo carattere sbrigativo) aveva le braccia occupate dall’enorme bacinella tracotante di indumenti da stendere.“Come sarebbe a dire devo andare?! Perché non puoi venire anche tu?! Io non so nemmeno come si faccia a fare il tagliando o come cavolo si chiama!” ribatté il marmocchio.“Sei grande abbastanza per arrangiarti”.“Ma se non è neanche per me il tagliando!”.“Dov’è che dovresti andare martedì prossimo?”“Sbaglio, o questo si chiama ricatto...OK, cacchio! Ma dov’è che è l’INPS?” chiese lo sconfitto.“Allora, hai presente il cavalcavia quello verso nord? Dopo, giri a sinistra per andare al Campo Sportivo e prima della pizzeria Comecavolosichiama giri a destra e vai dritto fino a sbattere contro il palazzo rosa dell’INPS. Metti il certificato dentro la macchinetta, questo qui con scritto ‘Per l’INPS’ e ritiri la ricevuta. Se la macchinetta non funziona, chiedi ad un impiegato che te la fa lui. Stai attento ad inserire il certificato nel verso giusto, altrimenti ti capita come a me e ti tocca farti la tua bella figura da cretino a chiedere perché non esce un tubo”.“Sei molto incoraggiante, mamma. Finisco i cereali e vado” concluse il diciannovenne. In fondo, non doveva essere poi così difficile; e poi, girare in macchina era sempre piacevole. Tutto esercizio.-2-Raggiunto il garage, si infilò le scarpe, prese le chiavi e salì in auto. Di aprire il portone non c’era bisogno: non lo chiudevano mai quando erano a casa. In un piccolo paese come quello e specialmente ‘in periferia’, la paura di intrusi giornalieri era alquanto remota e il cancello di casa era più che sufficiente. Tutt’altra storia, ovviamente, era per la notte. Niente di meglio per i ladri che una via fuori centro con quelle invitanti villette semi-isolate.Ma ora era giorno e il sole era alto nel cielo e stava compiendo il suo lavoro, ovvero riscaldare i pianeti influenzati dal suo campo gravitazionale. Chissà su Plutone, ma in quello spicchio di Terra erano in molti a chiedersi se il loro Astro Preferito fosse nel pieno di una crisi stacanovista. Di sicuro le lucertole che se ne stavano beatamente ad abbronzarsi sul muretto di Cristiano non avevano molti problemi di scottature o di mancamenti vari. O forse erano solo sceme.Cristiano azionò il telecomando del cancello e si avviò verso la vicina cittadina. Percorse sette chilometri circa e, arrivato nei pressi della fabbrica di suo padre, svoltò in direzione dell’ampio parcheggiò riservato ai clienti.“Ciao Tiziana, come va?” incominciò Cristiano alla vista della segretaria alla reception.“Fa un caldo schifoso, grazie. A proposito, come sta tuo papà? Senza di lui, qui è un casino. Non si riesce a trovare una mazza di niente sulla sua scrivania! Ma cosa gli dice tua mamma?! È così anche a casa?” lo mitragliò la segretaria.“Lo sai com’è fatto, lui. Comunque, sono qui per darti il certificato…” ribatté l’altro.“OK. Saluta a casa”. “Va bene, ciao”.Superato il cavalcavia ed imboccato il vicolo dopo la pizzeria Comecavolosichiama, arrivò finalmente all’edificio rosa che stava cercando. Parcheggiò lì nei pressi e si avviò verso la sua meta. Si aggirò per qualche metro alla ricerca della dispensatrice di tagliandi, ma si rese conto che essa non poteva essere all’esterno come aveva in precedenza immaginato. O lui era tonto (e non poteva escluderlo), o sua mamma non si spiegava con la dovuta precisione (e non poteva negarlo nessuno al mondo). Decise di chiedere informazioni alla giovane donna che stava sopraggiungendo in quel mentre. Stringeva due libri: ‘La Pietra delle Nove Streghe’ di Roger J. Green e ‘Funghi dal vero’ di Bruno Cetto. Strano connubio.‘Scusa, sono un imbranato e tu sei bellissima. Sapresti…’ pensò di chiederle Cristiano; ma ovviamente non lo fece; la conosceva solo di vista e senza dubbio lei non conosceva lui.“Scusa, dovrei ritirare la ricevuta dell’INPS… mi sapresti dire dov’è che si ritira?” domandò invece.“Allora…quello è l’INPS e basta che vai dentro quella porta lì: c’è l’apparecchio per le ricevute…” rispose con un sorriso cortese quella che era sicuramente la fidanzata di un ragazzo fortunato.“Grazie mille!” ‘Sono proprio un imbecille che fa scintille. Che-figura-di-merda. Bastava pensarci un attimo…’ concluse tra sé Cristiano.Lesse divertito il cartello vicino alla maniglia della porta: ‘Per aprire, ruotare e tirare’; c’erano perfino le frecce che indicavano il verso corretto di rotazione. ‘Per scoreggiare, aprire le chiappe e spingere’ pensò. ‘Vabbè sfiducia nell’utente medio, ma qui si esagera, cacchio!’.L’apposito apparecchio era proprio dirimpetto all’entrata. Osservò con la sua solita cura paranoide la duplice illustrazione che indicava agli utenti il verso d’inserimento corretto del certificato e fece per inserirlo quando…“È fuori uso. Vieni qui che ti faccio la ricevuta a mano” intervenne l’impiegata.“Ah, va bene”. Dopo un breve scartabellare, l’impiegata gli porse la ricevuta.“Ecco qui, a posto”.“Grazie” e uscì, incrociando lo sguardo di una bella signora. ‘Oggi è la mia giornata’ pensò andandosene. Forse tutto quel vedere solo belle donne era indice della famigerata malattia mentale che le sue amiche solevano attribuire a quelli come lui: la Perversione dei Morti di Sesso. L’Usma, in slang popolare. Ma dai, in fondo che c’era di male se ti piacevano le donne! Non è forse un processo naturale? “Sì, ma c’è anche un limite!” ribattevano di solito le sue amiche.Nell’uscire, incrociò la ragazza gentile di poco prima. Era un segno del Destino, cacchio. Si fece coraggio e partì all’attacco.“Trovato chiuso?”. Aveva notato che aveva ancora con sé i libri.“Eh già. E tu?” ribatté.“No no, stranamente ho fatto presto. Ah, ovviamente l’aggeggio non funzionava…”“Logico”.“Ma tu non eri per caso in 5ª C del Garibaldi, l’anno scorso?” chiese Cristiano.“Sì. Hai buona memoria!” rispose quella della 5ª C del Garibaldi dell’anno prima.“Eh, io mi ricordo le belle persone! Conosci di sicuro la Alice…”.“Alice Moretti o Alice Dal Bello?”.“La Moretti. Sono un amico di suo fratello Renato. Piacere, Cristiano…” le disse porgendole la mano.“Grazia” rispose lei prima di scambiare i tre baci di rito.“Ti va se ti offro qualcosa di fresco, che ne so, un the o una limonata…” chiese Cristiano sorridente.L’allusione fece sorridere Grazia. A lei, sotto sotto, piacevano gli imprudenti.“Vada per il the…Freddo, logicamente!” rispose infine.-3-Grazia tornò a casa verso le quattro e mezza. Non aveva lontanamente voglia di studiare. Lo studio doveva aspettare, certe volte. Decise che in quella giornata avrebbe aspettato e i libri se ne sarebbero stati buoni buoni sullo scaffale di camera sua. D’altronde, un po’ di riposo ci vuole, non era una macchina, lei; non voleva mica fare la fine di quella alla sua facoltà che aveva sclerato ed era all’ospedale con un esaurimento, nossignore. Cioè, studiare per vivere e non vivere per studiare!Non appena la sua fervida coscienza smise di blaterarle nella testa tutte le raccomandazioni rubate a sua madre (forse perché soffocata dall’improvvisa ed estasiante ondata di fresco che solo il succo tropicale appena uscito dal frigo sapeva provocarle), Grazia si lasciò precipitare sulla soffice superficie del divano nero del soggiorno. Una deliziosa penombra faceva da sfondo visivo e termico al locale e, sebbene non avessero ancora installato il condizionatore, non si stava poi così male. I genitori della giovane erano partiti da due giorni per la Tunisia, la gatta Liza era morta da due mesi (povera bestiola: schiacciata da un maledetto camion) e lei si trovava più sola di un’eremita sulle vette dell’Himalaya. Dopotutto la solitudine era l’aspetto negativo del passare due settimane senza nessuno in casa che ti dicesse fai questo o fai quello, e comunque la libertà assoluta aveva il suo gran fascino. Inoltre, per una ragazza organizzata qual era non rappresentava di certo un problema lo sbrigare da sé tutte le faccende domestiche o il far fronte alle eventuali scocciature che potevano sempre sorgere, quali bollette da pagare, conti del meccanico o dell’idraulico, rotture di elettrodomestici indispensabili quali phon e TV... Per sua fortuna nulla di tutto ciò era ancora avvenuto, ma due settimane erano lunghe. Forse era tutto quel silenzio, tutta quella calma a farla sentire sola. Non vedeva l’ora che fossero state le sei e mezza, così si sarebbe fatta una bella doccia e si sarebbe preparata per uscire con la Chiara. Sarebbero andate in pizzeria e poi dritte in disco fino alle quattro di mattina. Di solito rientravano molto prima, ma siccome la Chiara sarebbe andata a dormire da lei...Accese la TV, passò un po’ tutti i canali senza trovare qualcosa di decente se non il video di Enrique Iglesias e, attesa la fine del suddetto (dopotutto un figo era un figo), spense nuovamente l’apparecchio. Afferrò il cellulare e vide che c’erano uno squillo e un messaggio. Premette il tasto di selezione e constatò che lo squillo le era stato fatto da Aless Cell, ossia quel grezzo che ci provava da tre settimane. Quanto stupida era stata a dargli il suo numero! Sembrava un tipo speciale quando lo aveva incontrato fuori dalla disco, prima di entrare; carino, bel culo, begli occhi verdi, spalle larghe, ben vestito... Solo che qualche ora dopo era completamente sbronzo (e forse fatto) e le infilava le mani dove poteva. Lei se lo discostò, prese la Chiara (la quale la maledisse per averla trascinata via dal ragazzo con cui stava socializzando) e partì con la Golf verso casa, alzando tanta di quella ghiaia dal parcheggio che riempì di strisci almeno una mezza dozzina di macchine, forse anche tre quarti. Non avrebbe messo più piede lì nemmeno se ci fosse stato Lenny Kravitz. Per fortuna non frequentavano molto quel locale, e a dire il vero, le aveva fatto sempre un po’ schifo. E quell’altro stronzo continuava a farle squilli e a chiederle scusa che-era-ubriaco-e-non-sapeva-cosa-faceva.Poi lesse il seguente messaggio:“5 Luglio 15:43Scusa Gra mann posso più venire via. Homal d pancia emi viene da vomitare. Ciao eSCUSA!”.Se le avesse avute, le sarebbero cadute le palle. Non poteva cacciarle un pacco così, no. Eppure...“Maporcatroia!” inveì Grazia. Non verso l’amica, ovvio; verso l’Universo, quella gran puttana che era l’Universo. Sei depressa come il buco del culo di un mulo e cosa ti vengono a dire? Che te ne stai a casa sola soletta fino al giorno dopo.“Fanculo, io chiamo...”. Già, chi? La Maria era in Calabria da suoi nonni, la Veronica a Caorle, la Alice M. in Valle d’Aosta a visitare il Gran Paradiso, i ragazzi erano tutti a Jesolo nell’ appartamento di Nicola a fumarsi cannoni e la Federica a farsi trombare da Alex chissà dove. Un cavolo di nessuno era a casa, solo una sfigata di nome Grazia. Immersa in questi pensieri, s’addormentò.-4-E’ ad una festa. Non sa di chi sia, solo che riconosce le sue amiche.La Alice sta abbracciando un cerbiatto che trema dalla testa ai piedi: ha le zampe legate con del filo spinato ma non emette versi, è impazzito e, oltre a tentare di guardare in tutte le direzioni possibili con quegli occhi così arrossati e lucidi, non fa altro; la Alice sussurra a chi le passa vicino: “Povera bestiola! Povera bestiola! Il camion l’ ha presa sotto! Ma io l’ ho salvata!”. Quelli attorno a lei sorridono e allo stesso tempo piangono.Poi c’è la Maria che sta chiacchierando con i suoi nonni; si accorgono di lei e le dicono all’unisono che non c’è spazio, non c’è destinazione, ma che in fondo Grazia è un bel nome. Lei ride alla battuta, solo che non era una battuta e la Maria e i suoi cari nonnini si offendono e cambiano improvvisamente viso: sono ora neri di rabbia e smettono di guardarla, tornando alla conversazione di prima, ma sempre con le sopracciglia contratte a coprire quasi gli occhi e la bocca rivolta all’ingiù quasi a soverchiare il mento.Prosegue lungo il suo tragitto (ma qual è la sua destinazione? Non c’è, urlano i nonni della Maria senza mai distogliere lo sguardo l’un l’altra); incontra Alex che sta scopandosi la Federica sul divano nero e vorrebbe chiedere loro se non si vergognano almeno un po’, ma si accorge di essere nuda e corre a cercare qualcosa da mettersi addosso. Strappa una tenda e la usa per coprirsi, solo che la tenda non è una tenda ma è bensì una cartina da sigarette: in quel mentre passa Enrico e gliela sottrae violentemente di dosso dicendole che lei non è la Maria e non va bene con la cartina degli spinelli.Allora entra in bagno di casa sua (era casa sua?) e indossa l’accappatoio. Pensa che sia meglio offrire qualcosa agli ospiti che ha in soggiorno e in cucina e sul divano nero; quindi si reca in cucina e apre il frigo: c’è solo sangue di cerbiatto e chiede agli ospiti se qualcuno ne vuole; arriva di corsa la Alice con il cerbiatto e per la fretta inciampa e cade a terra; il cerbiatto non ha più le zampe legate con il filo spinato perché non ha proprio più le zampe; le salta addosso e le chiede con una voce stridula e tremolante: “Hai per caso del sangue di cerbiatto? Perché se non ne hai te ne do un po’ io... e se vuoi sangue di Alice, basta chiedere!” e detto ciò il cerbiatto esplode; non c’è sangue, però: solo un liquido verde che sembra succo di kiwi ma odora di benzina; naturalmente odora di benzina perché È benzina e allora Grazia si mette a piangere perché quello stronzo di Nicola ha appena acceso una sigaretta anche se gli era stato proibito e il fiammifero sta per toccare terra proprio dove c’è la benzina e tutti ridono e dicono che sarà proprio un bel botto e cosa dice la Grazia ai suoi quando tornano ma nessuno ci pensa e il fiammifero ormai è giunto (lui sì) a destinazione e le vibrano le mani vibra tutto vibra tutto e...-5-Il cellulare smise di vibrarle in grembo proprio nell’istante in cui si svegliò.“Porca troia che sogno della malora!” disse Grazia ai muri del soggiorno di casa sua.Inizialmente fece fatica a mettere a fuoco gli oggetti che la circondavano, ma non appena il sonno cedette il passo alla veglia, il mondo assunse le colorazioni consuete. Guardò il display e vide sia che erano le sei e mezza sia che aveva ricevuto un’SMS. Chi poteva essere? Non ne aveva idea, perciò pigiò il tasto OK e lesse:“5 Luglio 18:13Ciao sono Cristiano. T va d mangiare 1 pizzacon me? Se vuoi porta kualkuno con te e cosìfaccio ankio. Risp Ciao! ;-)”.Cristiano…Cristiano…? Ah! Cristiano! Ma guarda te: avevano parlato sì e no mezz’ora e già le chiedeva di uscire. Il ragazzo aveva fegato.Andò in cucina con l’intenzione di aprire il frigo per bere qualcosa di fresco, magari una birra. Notò con piacere che di sangue di cerbiatto non ce n’era e afferrò la bottiglia aperta di birra di seconda o forse terza scelta che sua madre soleva comprare all’ipermercato. Sebbene fossero una famiglia agiata, sua madre si ostinava ad evitare di comprare vivande di marca, forse in onore dei vecchi tempi, ossia quando non era ancora sposata con il Dottor Martinelli Eugenio, padre di Martinelli Grazia e marito della stessa Di Lucia Agnese.Ripensò al messaggio di Cristiano: mai e poi mai avrebbe accettato l’invito se avesse avuto altre alternative: era appunto in un vicolo cieco, o il fanciullo o la noia. Tentò di convincersi che era meglio il fanciullo e ci riuscì. Lo conosceva solo di vista, ma abbastanza da sapere che non era uno sfigato. Almeno quello... Decise di rispondergli che per lei andava bene se si trovavano da Gino (chi non conosce Gino?) e che sarebbe venuta sola xchè nn aveva nessuno da portare. Sperò con tutto il cuore che il ragazzo non si montasse troppo la testa e che soprattutto non si facesse strane idee. Aveva intenzione di metterlo in quel posto all’inevitabile tedio e null’altro. E poi, sotto sotto, a lei piacevano gli imprudenti.Così gli scrisse:OK Ma nn portare nessuno xke sono da solaC vediamo alle8 da Gino NapoletanoSi diresse verso il bagno e vi entrò. La finestra era aperta a mostrarle il giardino curato di casa sua, con le grandi magnolie a stendere la propria ombra sul prato, le rose a cingere il bel sentiero che portava al cancelletto riservato all’ingresso delle persone a piedi e la folta siepe a precludere sguardi estranei ed indesiderati, alta e rigogliosa abbastanza da permetterle, sfruttando l’assenza dei familiari, di prendere il sole in topless (LOGICAMENTE con un accappatoio a portata di mano per qualsiasi evenienza). In quel mentre, un’auto transitò lungo la poco frequentata via in cui la casa era situata. Era un’Alfa Romeo 147 nera, con assetto sportivo. Il conducente parve fissare Grazia per tutto l’arco di tempo che gli era possibile. O forse sta semplicemente guardando il cielo dietro la casa: forse ha la vista a raggi X ed ha appena avvistato un UFO mentre fa il consueto giro di ricognizione sul Pianeta Terra, con tappa obbligata a Roswell, naturalmente.Decise che era opportuno chiudere la finestra con i vetri anti-guardone (o anti- voujerista, come soleva chiamarle la sua zia poliglotta e francesista). Chiuse anche la porta a chiave, più per abitudine che per necessità. Si tolse la maglietta leggera indossata in giornata e, constatato l’odore vagamente sgradevole che l’indumento effondeva alle sue narici, la ripose nel cestino semi-vuoto della biancheria da lavare. Si levò le pantofole che portava sempre, anche in estate, anche con le recriminazioni di sua madre: ci era affezionata e basta. Proseguì il rituale della spogliazione con il pantaloncini corti e approfittò di tale manovra per accarezzarsi gli arti inferiori, considerando l’eventualità di una depilazione. L’ultima risaliva a una settimana e forse più, eppure non sembrava esserci alcun nemico da abbattere sulle belle ed abbronzate gambe della giovane. Si slacciò il reggipetto, scoprendo un piccolo ma sodo seno, di carnagione leggermente più chiara del resto del corpo. Finì col togliersi le mutandine e con l’entrare in doccia. Afferrò l’erogatore staccandolo dal supporto ed azionò il getto d’acqua in direzione delle piastrelle azzurro chiaro. ODIAVA infatti l’acqua gelida che immancabilmente scaturiva in principio: la sua doccia non doveva essere né troppo calda né troppo fredda, a prescindere dalla temperatura dell’Universo circostante. La mezz’ora che soleva passare sotto la doccia doveva essere così e basta, proprio come le pantofole.Puntuale come un creditore di lunga data, Grazia uscì dalla doccia trenta minuti dopo. Ne mancavano pochi alle sette e, considerando la sua innata lentezza e cura nel farsi bella, Grazia decise di accelerare un po’ i tempi. Appena stretto al polso l’orologio dimenticato sul mobiletto per una giornata intera, si mise l’accappatoio rosa e le SUE pantofole per andare in camera sua a scegliere un qualcosa di decente da indossare per la serata. Optò per una maglietta aderente (magliettinina, avrebbe sarcasticamente obiettato la Agnese) che permetteva all’ombelico di scrutare le pance delle persone che incrociava; inoltre scelse una lunga gonna in jeans e la borsetta che soleva portare con sé ovunque (praticamente non la scelse, era un must); infine il suo profumo preferito, dopo il trucco.Concluso il Sacro Rituale della Vestizione e Colorazione, Grazia scese in garage, dove c’era la sua amata Golf ad aspettarla. Di usare la Mercedes non se lo sognava neppure: se combinava qualcosa c’era da credere che suo padre l’avrebbe ammazzata, bruciata e avesse poi disperso le ceneri in mare aperto, dove era impossibile rovinare auto da 40.000 euro. Non che ucciderla avrebbe potuto riportare in vita la Mercedes, ma nemmeno perdonarla l’avrebbe fatto. Un diamante è per sempre. Dopo questa breve digressione paternalistica, la mente della giovane si concentrò sulla guida: stava ormai imboccando la strada vera e propria, mentre il cancello, ricevuto l’impulso della fine del countdown di chiusura, stava per sigillare l’ingresso del vialetto dell’abitazione.Lungo la via secondaria che Grazia stava percorrendo non passavano molte macchine, almeno di solito; ma con i grossi eventi di carattere religioso come battesimi e matrimoni si poteva assistere alla classica colonna di automobili che si susseguivano strombazzando o con i clacson o con qualche tromba da stadio (e a volte con entrambi) ed azionando gli abbaglianti ad intermittenza, costringendo così quasi sempre i veicoli che venivano in senso contrario ad accostare a destra per far passare la processione motorizzata. Chi vive in città o che comunque si trova a dover affrontare la giungla urbana non è solito cedere il passo, e Grazia, ormai abituata al caos cittadino in cui solo il più prepotente sopravvive, rimase alquanto seccata quando fu invece costretta a ‘rendersi umile’ di fronte ad uno dei suddetti cortei. Aveva sentito di un matrimonio imminente, ma non si ricordava proprio di chi fosse; era però sicura che nessuno degli abitanti della via stesse per compiere il grande passo, quindi suppose che si trattasse di forestieri che approfittavano del vantaggio di evitare il centro passando per di lì.Che cretina che sono! Un matrimonio alle sette e mezzo di sera…Questa me la segno, pensò divertita Grazia. Cresima. O forse è proprio un matrimonio e stanno andando tutti alla casa degli sposi. Ma sì, per forza. Comunque, qualunque cosa si festeggiasse, l’ultima vettura transitò in quel momento, dando via libera alla Golf.Dieci minuti dopo, si trovava nel piazzale di ghiaia di fronte alla pizzeria di Gino. Il piazzale era già gremito di veicoli: qualche Punto, tre Opel Corsa e una Tigra, due Marea, un’Espace modello nuovo, una fiammante Z3, una Laguna, un paio di Ibiza e per finire una Volvo Station Wagon. Parcheggiò proprio accanto a quest’ultima.-6-In quel mentre, Cristiano viaggiava spedito in direzione della pizzeria. Aveva deciso di arrivare un po’ prima del dovuto per prendere cavallerescamente il posto (anche se aveva prenotato); voleva fare bella figura e comunque far aspettare una ragazza non è mai opportuno. Molti dei suoi amici non la pensavano così: Marco e Francesco, ad esempio, se non tardavano di almeno mezz’ora significava che era il giorno in cui si passava dall’ora legale a quella solare. Più di qualche volta erano rimasti appiedati per questa loro caratteristica: o perdevano il treno, o la compagnia stanca di aspettare o, nei casi peggiori, la ragazza con cui avrebbero dovuto uscire.Parli del diavolo e spuntano le corna…pensò il ragazzo salutando Francesco fermo ad aspettare chissà chi. Superò il centro del paese e proseguì in direzione della sua meta, facendo attenzione alle biciclette che di tanto in tanto ostacolavano il suo cammino e alle innumerevoli asperità dell’asfalto che da sempre affliggevano le sospensioni delle automobili transitanti quel particolare tratto stradale. I residenti avevano ripetutamente fatto presente al Comune di tale situazione, ma l’unico provvedimento che di solito prendevano era quello di gettare catrame dove assolutamente necessario, e, considerata la scarsa cura che gli addetti ai lavori impiegavano, si finiva addirittura col peggiorare la situazione: dove non c’erano le buche si ergevano i piccoli nonché fastidiosissimi dossi. Oltrepassata quella zona da rally, l’Opel Corsa subissata in quel mentre dalla musica tecno

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